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L’ARTE DI VIVARELLI

 

"L'ultima sfida" 

il monumento di Piazza Banditori

 

Dal movimento interrealista –Manifesto, Barcellona marzo 1966; prima mostra, Firenze Palazzo Strozzi 1967- Jorio Vivarelli è l’unico firmatario, a mio parere, che ha proseguito in proprio quel programma di ricerca e proiezione fino a questa scultura abitata “L’ultima sfida”, della quale mi investo, e presumo, di dare una chiave di lettura. Sulla lastra di difficile penetrazione che incrosta la verità negata con deliberati silenzi, disinformazione, specchi deformanti, manipolazioni sottacenti ogni coscienza, spesso si forma una crepa, una fessura dentro la quale si può penetrare lo sguardo di una intelligenza acuta, sguardo, che può trascendere, penetrare l’oltrefondo della realtà. Jorio Vivarelli si è fatto Edipo per noi e non si è risparmiato  nella tormentosa discesa fino in fondo alla cecità umana, se non per trovare la ricetta magica della luce, almeno una luce possibile.

Oggi sentiamo molto parlare di fine del mondo moderno perché questo mondo moderno ormai sta per chiudere una “parabola storica” di secoli lungo i quali è vissuto dentro la sua logica di cancellazione della diversità attraverso le vie della distruzione o della integrazione di culture “altrea2 proponendo se stesso come unico vero modello. Oggi queste vie non sono più percorribili. Una parte del mondo s’è arrogato il compito storico di unificare l’umanità entro il proprio modello imponendolo con ogni tipo di violenza tramite il dominio colonialistico nella stretta di un involucro stritolante tradizioni, costumi, libertà, culture. “L’espressione tipica della nostra civiltà originaria fu la guerra, l’organizzazione dell’aggressività collettiva il cui scopo era l’assoggettamento o lo sterminio dell’altro” (fig. 1-2).

Allora non possiamo non mettere in causa la storia culturale che è stata nostra e non possiamo che chiamare quella parte del mondo una sola parte del tutto collocando la totalità umana in un orizzonte al di là della nostra particolarità. È scientificamente dimostrata l’impossibilità ad estendere a tutti gli uomini il modello di vita portato a compimento dalla modernità. “Gli esclusi dal banchetto delle nazioni fanno ressa alla porta e c’è chi riesce a penetrare nella sala sfarzosa suscitando nei commensali sgomento e irritazione. La buona coscienza è finita per sempre e l’opulenza non può durare senza crimine”.

I muri sono caduti e non gettano più ombre minacciose in quegli squarci attraverso i quali possiamo meglio gettare il nostro sguardo conoscitivo e ormai bene si è visto che sia il capitalismo che il marxismo si sono ugualmente identificati col dominio sulle cose: gli espropriati al posto degli esprorpiatori nel presupposto della manipolazione tecnica della realtà proseguibile all’infinito. Questo dominio è divenuti il vero soggetto della storia trovando il proprio adempimento nella creazione e proliferazione delle armi atomiche. È ben tragica la grandezza dell’uomo viso che le sue conquiste più vere stanno dopo la sua libertà e a che prezzo! Il soggetto della storia non può non essere oramai che l’umanità intera anche se a causa degli enormi divari economici è percorsa da brividi di regressione tribale e da deliri di potenza. E questo nuovo soggetto storico è, ora, incalzato dall’istinto radicale della specie, l’istinto della sopravvivenza. Assistiamo tutti alla messa in moto di risorse creative finora rimaste eluse, nuove formazioni politiche, convenzioni internazionali e ancora nuove istituzioni che sollecitano il soggetto Umanità a mettersi all’altezza delle sfide del tempo.Forse “l’ultima sfida”. Ormai vanno disgregandosi le forme politiche del passato dallo Stato ai partiti sotto l’urto quotidiano dei problemi assoluti. “I patti militari sono in grado, nell’era atomica, di garantire al cittadino quella sicurezza che è la ragione prima del patto sociale? È sempre più evidente che o la sicurezza è comune, tale cioè da includere quella dell’avversario, o non lo è. Finisce così l’epoca del cittadino-soldato e la non-violenza, da opzione etica tollerata come atteggiamento prepolitico, diventa l’unica via realistica per provvedere al bene comune”.

Certo questa Umanità-stele di Jorio Vivarelli è ben consapevole della propria precarietà almeno fino ad un punto tale da iniziare il ribaltamento strategico dell’etica politica. Questo fervore etico che la permea sembra riversarsi naturalmente sul genere umano che rappresenta. L’Umanità si sta organizzando a livello sopranazionale dietro una nuova coscienza e una volontà dei popoli (fig. 3-4-5-6).

Quando una fase storica si chiude, ciò che ha prodotto alla fine distrugge l’uomo e l’uomo torna a ricercare le sue radici profonde nel fondo più fondo del suo essere per ritrovare la forza della rinascita. “ E’ una tesi che fa luce sul momento che viviamo che ci obbliga sempre più a cercare il senso dell’esistenza in due orizzonti, quello del pianeta e quello del villaggio” (fig. 7-8).

Oltre alla palla di cannone ce n’è un’atra meno eclatante ma ugualmente devastatrice. “L’attuale squilibrio tra umanità e ambiente naturale scrive all’ordine del giorno della storia un imperativo che si  pone di fronte oltre alla violenza definitivamente distruttiva delle armi da guerra di oggi, anche i fronte ai buchi all’ozono, all’effetto serra, alle deforestazioni massicce, alla morte degli oceani e dei fiumi, alle catastrofi senza frontiera”. Chiamare tutto questo follia è solo eccesso di clemenza. Urge la coscienza del limite. La competizione industriale non può più avere senso se non è primario il rispetto dello scambio tra biosfera, ambiente e genere umano. Nel contenitore di vita, mondo, di Vivarelli sono evidenti le devastazioni, gli squarci, le frantumazioni di tali disastrosi interventi (fig. 9).

L’artista chiama linfa nuova quella che dovrebbe scendere dalla fenditura profonda dell’Umanità-stele e percorrere la via della resistenza a rivitalizzare il contenitore della vita nell’aiola-cosmo. Ebbene penso che di fronte ad una situazione tanto inedita la risposta non può non essere composta che dai geni contenuti nei cromosomi della specie che entrano in azione solo quando la provocazione ambientale lo richiede. Dalla memoria comune i termini idonei ad una risposta vitale. Questa non è nostalgia del passato ma passione per il futuro. “E oggi l’umanesimo nuovo all’altezza della nuova provocazione ambientale non può essere che etnologico. Siamo chiamati oggi a ricostruire una memoria che intrecci in un solo tessuto i fili dispersi o spezzati perché l’uomo di domani, se ci sarà, sarà la ricomposizione, in una sintesi, ora inimmaginabile, dei frammenti di umanità dispersi durante il gioco delle mutevoli egemonie. Ricomposizione dell’unità della specie a livello della responsabilità del futuro, per affrontare i minacciosi problemi che stanno mettendo in forse la nostra sopravvivenza, specie quello dell’equilibrio ecologico che chiede una rifondazione vera e propria del rapporto uomo-natura”. La nicchia dell’uomo è la natura. C’è interconnessione tra il tutto e ogni sua parte. Nell’ecosistema nulla può essere dissipato all’infinito.la vecchia cultura non è più funzionale alla vita.la vecchia etica era antropocentrica, la nuova etica è planetaria. È tempo che l’uomo si consideri il custode e non il padrone del giardino terrestre. L’imperativo dell’etica planetaria dovrà essere: “Ama l’insieme delle creature come te stesso”. I diritti umani devono integrarsi coi diritti fondamentali della natura. Alle Nazioni Unite esiste già un progetto “Dichiarazione dei diritti delle piante”. Quando le creature invocano rispetto in realtà è l’uomo, addirittura l’uomo nascituro, che chiede rispetto. Non si tratta qui di ecologismo ingenuo che sa di fuga infantile, la comunione a cui dobbiamo tendere è quella resa possibile dalla grande svolta tecnologica. È l’umanità che deve partorire l’umanità nuova, una nuova civiltà. La convenzione del 1982 dichiara patrimonio del genere umano i noduli oceanici, quella del 1979 fa entrare in quel patrimonio anche i corpi celesti. Va sostituita, speriamo, la sovranità degli stati con una federazione mondiale (fig. 10).

Di questa nuova etica sono portatori i movimenti che stanno assumendo il ruolo dei partiti, movimenti che sono il frutto e il segno di una diretta assunzione di responsabilità del bene indivisibile su scala planetaria e che hanno messo piede in quello spazio politico in cui già ci sono i germi della comunità mondiale. La “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” conferisce al cittadino perfino la competenza a chiamare in giudizio il suo Stato. Nessun popolo, nessuna classe possiede il diritto di sottomettere altri popoli, altre classi. Il diritto delle genti è anteriore a ogni convenzione, a ogni patto. Solo il diritto Naturale è coestensivo a tutta l’umanità, “Umanità che deve riappropriarsi della sua sovranità originaria: novità affidata alle viscere della Necessità”. Che sui passaggi intermedi della sua nascita ci sia buio non deve far meraviglia, la “Via della resistenza” è a lungo sotterranea fino a che dalle viscere della necessità non riesca ad accendere nel mondo la nuova luce possibile.

Con questa ultima creazione, concepita sin dal 1987, possiamo dire che Jorio Vivarelli ci lascia il suo manifesto per l’età “postmoderna”.

Sono grata a Jorio Vivarelli per avermi dato l’opportunità di rendere omaggio anche ad Ernesto Balducci, di recente tragicamente scomparso, purtroppo conosciuto da poco non sapendo di essere così vicina al suo pensiero con gli altri due elaborati dedicati al medesimo scultore: Immanenza e religiosità 1979, e Ragione ed Etica 1982.

 

Franca Lombardi Del Roso

 

 Nota.

Le fresi virgolettate sono tratte da “La Terra del tramonto” di Ernesto Balducci, gennaio 1992.

 

  Comune di Ponte Buggianese