P. PRIMO EGIDIO MAGRINI

SACERDOTE FRANCESCANO

 

 

 

 

 

BARBARIE

    E VITTIME

 

 

 

 

 

 

 

MEMORIE DI TRE GIORNI DI FEROCIA TEDESCA

 

A PONTE BUGGIANESE

 

NEL 1944

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parrocchiani,    

 

Nel presentarvi questo opuscoletto, il compilatore ed il sottoscritto, hanno avuto principalmente il fine di rendere omaggio a tutte le vittime ed al tempo stesso tramandare ai posteri una storia più completa dei misfatti-tedeschi, verificatesi nell'anno di guerra 1944.

 

     Attenendosi scrupolosamente a dati precisi, fautore ha assunte  le notizie presso testimoni degni di fede nel luogo degli eccidi.

 

     Perciò questa edizione colmerà alcune lacune involontariamente avvenute nella compilazione affrettata del precedente opuscolo e quindi, oltre ai dolorosi fatti del Pratogrande del 23 Agosto u s, comprenderà anche la narrazione delle atrocità perpetrate dalla soldatesca nazista nella zona Fattoria il 6 Luglio 1944, nonché altri episodi  isolati  verificatosi  nel nostro territorio.

 

            Inoltre, ha spinto a questa nuova stampa il desiderio  di corrispondere alle numerose richieste di mola, anche  forestieri, rimasti  privi la prima volta di questa dolorosa storia.

 

     Infine questa edizione potrà avere anche lo  scopo  di  beneficenza perché il piccolo margine che eventualmente potrà realizzarsi, sarà devoluto a beneficio del Comitato per i restauri della nostra Chiesa Parrocchiale che ad opera sempre della rabbia teutonica, subì gravi  danni  il primo Settembre dello scorso anno, nell' occasione delle malvage gesta dinamitarde compiute il giorno precedente alla loro ritirata  dal nostro territorio.

 

             Ponte Buggianese, 10 Gennaio 1945.

 

 

                                                                                                             IL PARROCO

PROPOSTO GIULIO TOGNARELLI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 LUGLIO

 

     Straccio dai miei appunti: "È sera. L'ora calda è  passata e mi metto in viaggio verso il mio paese. Laggiù, verso casa mia, mi sembra, s'innalza sinistro del fumo. Cosa è successo ? Da pochi giorni i tedeschi hanno fatto  razzia  in  quella  zona  di  bestiame lasciando ai poveri coloni le stalle vuote o quasi, e alcuni pochi e ardimentosi si sono uniti ed armati, pronti a difendere i propri e gli altrui beni. Che ora quel gruppo abbia agito od i membri  di esso siano stati denunziati da spie ai tedeschi determinando la rappresaglia spietata e terribile anche verso i miei cari? So che mio fratello maggiore è già stato denunziato ai tedeschi per la sua azione del 9 Settembre 1943 e deve - sia pure privo de! braccio sinistro - tenersi, in guardia. Che ora sia venuta la vendetta ? L' ansia e l'agitazione crescono.. II fumo sembra proprio che venga da casa mia. Giungo al Molinnovo e, forse allucinato dalla preoccupazione interna, mi convinco che sia proprio la casa di mio padre che brucia. Mi sembra che tutti mi guardino con un senso di pietà e mi par di leggere nelle loro espressioni un segreto che non mi vogliono far conoscere. E la pena aumenta. Aumenta finché non vedo casa mia intatta. Il fumo è assai più distante. Dai miei  vengo  a  sapere  - attraverso notizie più o meno certe - la triste realtà che si sta svolgendo in Fattoria. Sono circa le 17,30.

 

     Il  fatto  lo  ricostruisco  oggi  -  alla  distanza  di  qualche mese- in base a notizie certe e sicure e a colloqui avuti colle persone che hanno veduto e vissuto quelle ore di dolore.

 

     Un camion di tedeschi si era recato in quella fertile e laboriosa zona per razziare bestiame,  e  alcuni partigiani - non so se organizzati  nei gruppi  o  sbandati - in ogni modo sempre incoscienti, dopo le leggi severe di rappresaglia emanata dai  tedeschi e  a  tutti  note, sparano contro  di loro  lì dove la via di  Fattoria piega ad angolo retto verso sud e verso nord, parte via Colligiana.

 

   La reazione tedesca non si fa attendere. In breve giungono rinforzi e il terrore, la distruzione, la morte sconvolgono quella terra tanto fino a quel momento ricca di pace.                  

 

Gli  uomini in modo particolare sono ricercati. Anche per i vecchi non si ha pietà. E così il povero Celestino Pinochi trova  la morte.  Si  era fidate dei suoi  77 anni  e  non  era  fuggito né si era nascosto come gli altri e il piombo tedesco lo colpì sulla propria aia. Cade sulla pula. Le donne ne hanno  pietà  e  cercano di fare un po’   di pulizia, attorno al povero vecchio: ma la pietà non alberga nel cuore di quei barbara. Colle armi in pugno e colla rivoltella alla schiena essi minacciano quelle pietose e le costringono ad allontanarsi. Entrano quindi nella abitazione di Cecchi Angiolo: rovistano e saccheggiano quanto può ai loro occhi avere valore,  poi appiccano il fuoco nelle camere, e se ne vanno. Le donne  ritornano. Il fuoco divampa; per le scale non si può salire. Si entra dalla finestra, si getta acqua e il fuoco viene domato, spento. Rimangono però le reliquie delle barbarie, che in quella sera si accanisce col ferro e col fuoco contro inermi e pacifiche famiglie.

L’ultima di queste, molto più a sud, è quella dei miei zii Celeste e Piacentino Piuma, al casone Pucci.                   

     Anche lì, come altrove non sono rimaste che le donne, e i  bambini. Gli  uomini sono fuggiti. Arrivano i tedeschi e minacciano di  bruciare  la casa.  Il  bimbo è a  letto che  dorme. A stento la zia può andare a prenderlo, ma un soldato l’accompagna teme  che la donna si approfitti per portare via denaro. Tutto deve perire colla casa. Urla e preghiere cambiano il primo consiglio.  La  casa non sarà distrutta: sarà però incendiata  la  corte,  mentre la casa saccheggiata viene un po’ rovinata da bombe a mano gettate a casaccio.

     Ma facciamo il viaggio, a ritroso per mettere un po’ d’ordine nel descrivere l’azione di  rappresaglia eseguita da più gruppi di soldati tedeschi.

            Risalendo dunque dalla casa dei miei zii, poco più a nord, sulla destra, s’incontra una casa nuova. Vi abita Guido Grazzini. Lì vi fu ucciso Guelfi Narciso, sfollato da Barga. I tedeschi chiamano. Egli esce di casa. Viene preso trascinato al cancello derubato del portafoglio, freddato. I tedeschi, lo veniamo a sapere più tardi non cercavano lui ma il Brigadiere Bassano Piero, organizzatore di partigiani, e che abitava presso il Grazzini. Dovettero anche credere, i tedeschi, di avere ucciso il Brigadiere se al ritorno dalle loro eroiche gesta divulgarono in paese la notizia di aver ucciso il Bassano.

Seguendo sempre il corso della strada e, passato il quattro formato dalla medesima ancora sulla destra troviamo un primo fabbricato dove abitano, quattro famiglie. Lì, in quella triste sera, i tedeschi dopo avere mangiato presso, uno dei proprietari,  Federighi Angiolo non uccisero ma devastarono ed incendiarono la corte e le stalle col bestiame, di cui parte perì tra le fiamme.

       Ancora più a nord, sull' angolo, formato dall' incrocio di via Fattoria e Colligiana, il viaggiatore trova oggi una casa completamente ridotta a un cumulo di sassi. Era fino al sei luglio una bella casetta di proprietà Piacentino Moschini. Era la casa più vicina al luogo dove i partigiani spararono addosso ai tedeschi e fu la prima a subire le ire della rappresaglia e quella che  più barbaramente ne subì le vendette.

A casa era rimasta la moglie e tre bambini :  il  babbo era al  lavoro quotidiano. I piccoli e le donne  sono minacciati di morte, poi vengono tatti allontanare. Ma per la casa la fine è segnata. I soldati vi entrano, rovistano e svaligiano. Anche il bestiame è tolto dalle  stalle.  La casa viene incendiata. Piacentino Moschini ritorna  dimentico del pericolo gravi che incorre, per  spengere il fuoco ma viene preso dai tedeschi, che a tutti i costi vorrebbero di lui fare vittima della loro vendetta.  Egli si raccomanda, prega la vita gli è condonata. Sotto i suoi occhi però  la  casa viene fatta saltare in aria. E il gruppo parte. Ne sopraggiunge però, un altro da sud, egli fugge e solo per miracolo sfugge al  tiro dei soldati  che passano sul  camion.

      Sempre a destra e sul tratto di strada che mena a Ponte alla Guardia  s'incontra  un' altra  casa,  che  pure essa, in quella sera provò l’ira teutonica. Il viaggiatore oggi nulla vede di sinistro:  vede una casetta  linda, al posto come le altre, ma pochi giorni dopo il triste fatto sull'aia vidi un ammasso di rovine, biancheria e utensili bruciacchiati. Vi abita Moschini Attilio. Egli ci racconta come egli e la moglie fecero appena in tempo a fuggire lasciando  la casa chiusa.  I  tedeschi sopraggiunti  fecero  saltare  la  porta  ed entrarono facendo, come al solito da padroni. Presero quello che a  loro  piacque  poi  appiccicarono  il  fuoco  alle camere e se ne

andarono.

        La Via di Fattoria s' incontra poi con la via che mena all'Albinatico. Prendiamo quella.  Un  centinaio di metri a nord della Pescia, sulla sinistra, una viuzza ci conduce in una corte.Ci affacciamo ad un uscio. E' una desolazione. Il   tetto e il solaio sono rovinati, Ovunque è il segno distruttore del fuoco, intatti non sono rimasti nemmeno i muri maestri. Era la casa del  povero Narciso Lucchesini. Silvia Benedetti nei  Buralli, che abita sotto il tetto, ci dice in breve ciò che ivi accadde in quella sera ancora tanto vicina alla sua mente

I tedeschi venivano dall'Albinatico sparando a caso la mitraglia e lei fuggì. La nipote del Lucchesini si trovava al paese. Dove fosse questi non sa dircelo. Egli dalla nipote fu trovato sul pianerottolo delle scale immerso in un lago di sangue, cadavere. Nessuno saprà ridirci se sia stato ucciso in casa o colpito dalla mitraglia  scaricata  a  casaccio,  come fu colpito il  povero Agostino Spadoni mentre oltre la Pescia, a Ponte alla Guardia, lavorava il suo poderetto. Alle  grida disperate della  donna che trova lo zio morto accorre uno sfollato di Livorno ed accorrono anche un tedesco che visto costui alla finestra lo invita a discendere e a seguirlo. Egli discende ma non vuol seguire il tedesco, che anzi  lo  colpisce  a  morte,  poi si da alla fuga. Altri tedeschi sopraggiungono. Derubano in casa Buralli ed incendiano la casa Lucchesini. Cinque giorni dopo il cadavere del povero vecchio viene trovato sotto  le  macerie  e  in   parte   bruciato.   La  nipote  impaurita  era  fuggita.

 

       La via dolorosa non è terminata. C'è il caso più grave: il caso  della  famiglia  Quiriconi  che  vedono  il  loro  Marino cadere ucciso sotto i propri occhi,

       Sono  circa  le  18  del  triste giorno.  Marino,  che era stato fino  a quell’ora nel campo, al suo pacifico lavoro col babbo, fa ritorno a  casa   per   alcune    faccende.     Pochi     minuti   e   giungono   i   tedeschi. Prendono prima Armido poi lo lasciano e prendono Marino. Il fratello era fuggito  il padre vuol raggiungere la casa, ma una raffica sparata contro di lui lo costringe a darsi alla fuga. Anche Marino,  già  minacciato  di  morte, viene rilasciato. I tedeschi hanno saccheggiata  la  casa e sembrano allontanarsi. Intanto nella strada è sopraggiunto un altro camion ed un auto. Si fa consiglio. I tedeschi tornano indietro. Trovano Marino in casa, lo prendono, lo  trascinano fuori. La mamma e la moglie gli si stringono  intorno. Intuiscono il pericolo e non vogliono lasciarlo solo. Ma i soldati  a viva forza lo  staccano  dalla stretta col figlio e marito. Marino vistosi solo tenta fuggire ma il piombo tedesco  lo  raggiunge ancora sull' aia, e cade a terra morto. Egli è la quinta e la più giovane vittima della ferocia tedesca in quel 6 luglio 1944.

 

 

17 LUGLIO

 

     Sono stato oggi -9 Gennaio 1945 - a colloquio con una giovane vedova, che a caratteri neri, per tutta la vita, indelebile porterà scritto nel proprio cuore il dì  17 Luglio 1944; giorno in cui davanti ai suoi occhi vide cadere, colpito da ferro tedesco, il marito Benedetti Rigoletto.

     Erano circa le 8,30 del mattino. Il  marito teneva il suo piccolo di cinque mesi tra le braccia e si trastullava  con  lui,  dinanzi all'  uscio   di   casa,   ai   tepidi   raggi   del   sole   mattutino ;   quando   la  moglie  Luigina  Guidi,  l'avverte  che  ci  sono  dei tedeschi. Sono i giorni estenuanti della caccia all'uomo. Ma egli, che ne aveva veduti passare tanti lì sull'autostrada, che è a pochi; passi  da  casa, non ci fa caso. Anche lì alla casa vicina ci sono degli uomini che, tranquillamente e senza preoccupazioni, lavorano intorno alla trebbiatrice. E' un giorno come tutti gli altri; pensa, e non c'è da allarmarsi. Ma il povero Rigoletto s'ingannava.  Quello,  specie per lui, era un giorno ben  diverso  dagli altri.

All'improvviso  un  uomo di  corsa attraversa l'autostrada e passa sempre correndo per la via accanto alla sua casa. Dietro di  lui  corrono tre  tedeschi.  Gli  uomini  della trebbia sono fuggiti.  Il

Benedetti forse non è stato notato e potrebbe fuggire. Ma questa triste  scena improvvisa  lo  ha colpito :  la sua  faccia si  contrae e si scolora, un senso di spavento lo invade  e  gli toglie forse l'idea di nascondersi o di fuggire. Si muove quasi abulico  per l'aia. E lì     i     tedeschi     di     ritorno    lo   trovano   e   lo   prendono.   Lo   associano agli altri due che hanno preso lì vicino  Poi sembrano allontanarsi con questi due e lasciare indietro, quasi dimenticandolo, il povero Rigoletto, che, credendo sia giunto il tempo giusto, tenta fuggire. Non fa in tempo però a riparare dietro la casa lì presso l'autostrada,  che  un  colpo di rivoltella lo raggiunge e lo fa cadere ai piedi de! fico, che ancora rimane in mezzo alle macerie del ponte  sull'autostrada, presso la Casabianca.

     La moglie ha veduto la tragica scena. Il marito è  a terra. Ella  corre. E' ancora vivo. La pallottola l' ha passato da parte a parte. Gli intestini sono forati. Morirà la sera verso le quattro, rendendo  vane tutte le cure mediche.

     Là sull'autostrada, li aveva veduti, c'era ima colonna di poveri italiani, guardati a vista dai tedeschi. Venivano da Pontedera ed erano condotti sotto la scorta dei fucili spianati, verso destinazione ignota, al lavoro coatto. Rigoletto non voleva essere di quel numero. Già due suoi fratelli militari erano stati deportati in Germania, a lavorare per la  Germania. Egli nulla al tedesco voleva dare della sua forza. Per nove anni aveva servito la Patria, si era sacrificato  per  la  Patria. Nulla voleva dare, nemmeno un'ora di lavoro,  ai  nemici  della  Patria.  E  preferì morire. Morì ! E nelle ultime ore della sua vita pensò ai fratelli lontani, manifestò il suo pensiero per loro, il suo amore: "Babbo, disse, non pensare a me. Pensa agli altri. Preferisco morire che essere nelle loro mani ! „.

Era nato l' 11 Ottobre 1914.

 

 

 

 

23 AGOSTO

 

    Sono le 12,30 circa del 23 Agosto 1944, quando mio fratello Giovanni, mutilato del braccio sinistro per la resistenza opposta ai tedeschi il 9 Settembre 1943, mi avvisa che mio zio Guido Magrini, e forse anche la nonna sono stati uccisi dai tedeschi, che dal mattino seminano di lutti le zone del  Pratogrande e del Capannone.

     Non ho un momento di esitazione e lascio il mio Convento col proposito di recarmi sul posto, ove ancora infuria l'ira tedesca.

     Giunto poco sotto l'Anchione incontro i! Commissario Prefettizio,  Dott.  Giovanni Arrigoni, che  in  momenti  tanto  tristi  regge  con vera nobiltà d'animo e sensi di amor patrio le sorti del mio

Comune di nascita. Mi invita a seguirlo. Lui viene dal Pratogrande. Ha veduto le vittime. Di alcune ha notato il nome. Tra esse mi conferma, si trova il mio povero zio, il fratello del babbo. Di altri parenti, che ancora mancano  all'appello,  non  sa  dirmi  nulla.  È abbattuto dal dolore e sfinito dalla stanchezza. Mi confida  che  è ancora digiuno e appena può reggersi in piedi.

     Ci rechiamo al Capannone.  Nella strada che porta al padule, dietro la casa dei miei nonni scorgo due vittime. Voglio  recarmi sul posto, ma mi distoglie l' urlio dei soldati tedeschi, che scorgo  non molto distanti sulla via che mena ai Piaggione, e il Commissario che mi invita a ritirarmi presso il Curato, Don Quinto Talini. Ci affacciamo sulla piazza nel momento stesso in cui vi fa irruzione la Compagnia  tedesca.

     Sono belve assetate di sangue: alcuni cercano ansiosi la preda  umana nelle case lasciate spalancate, altri si dirigono verso di noi con propositi truci. È un momento decisivo. Misuro allora la portata del pericolo. La morte è sospesa sul nostro capo.  Ci  annunziamo subito, a distanza, con frasario tedesco. Ci permettono di avvicinarci. Ci guardano le carte. Siamo  in  regola  e  ci  lasciano andare. Il  Commissario tenta di far loro comprendere che in quella zona non vi sono partigiani ma buoni  e pacifici lavoratori. La risposta è secca e non ammette repliche: "Qui tutti partigiani!,,.

     Ci avviamo col cuore sospeso verso il Ponte lasciando alle nostre spalle i tedeschi, col proposito di ottenere un lasciapassare al  Comando tedesco. Ci fermiamo però presso mio zio, Poggetti Orlando, dove si era rifugiata parte della famiglia del mio povero zio. Che dire loro? quali notizie? tutti o quasi piangono mentre un  tedesco, forse incoscio di tanta rovina, che grava su quei  piccoli,

che mi chiedono insistenti notizie del nonno e dei babbo mi sembra che sia tranquillo e rida. Fuggo amareggiato e col Commissario al  Pratogrande. Sappiamo  che  per la medesima strada ci precedono  il   Rev.mo   Sig.   Proposto,   Don   Giulio   Tognarelli,   il   Dott.  Amerigo Baldi, e il Segretario del Comune, Rag. Emilio Fernando  Fabeni. So che mio zio e stato ucciso e la mia nonna è salva, ma ancora di tre dei miei parenti non abbiamo notizie. Questo ci  preoccupa perché sono circa le 14 e alle sette si è compiuta la strage. E la preoccupazione si traduce per me, in pochi secondi, in triste realtà.

     Ecco li nella fossa mio cugino Domenico, di Guido, padre di tre figli. Scendo di bicicletta, mi accosto; non c'è  più  speranza! Lo guardo:  porta numerose ferite sul petto, all'altezza delle spalle. Ha la mano e l'avambraccio sinistro sciupati e su di esso comprime colla mano destra un fazzoletto. Segni di un dolore e di una  morte lenta. Mi è stato detto poi che lo avevano sentito invocare la moglie e i  figli, implorare aiuto.  Procedo col  cuore  in  gola, e alla  distanza di  pochi  metri,  per  la strada  trasversale, trovo  mio zio Guido. La pietà del Commissario e di una donna lo aveva tolto  di mezzo alla strada e accomodato il  meglio  possibile  all'ombra. Porta una ferita nel collo.  Mi è stato riferito che dopo averlo lasciato andare lo hanno colpito a tradimento. Ancora come suo solito  aveva le mani in tasca. Povero zio!  Lo avevo veduto il giorno  prima insieme colla famiglia sereno intento al lavoro.

      Pochi passi ancora, a una ventina di metri dalla strada scorgo due morti. Voglio vedere: sono padre e figlio. L' uno trucidato accanto all'altro. Il padre di 43 anni, il figlio di 18. Sono mio cugino Giusappe Magrini di Luigi e suo figlio Ivo. Il dolore mi toglie  le  lacrime. Compongo meglio che posso  le salme  e  col  Commissario procediamo per il Podere Pratogrande. Là troviamo  il  Sig Proposto, il Dottore e il Segretario Comunale. Sono afflitti. In casa  ci  sono  nove  morti,  compresi  un  bambino di  nove  anni   ed   uno  se non erro, di  13. Tutti sono stati messi al muro e falciati  dalla mitraglia. Ha scampato la morte una bambina che al momento supremo è fuggita in casa e due signorine che ferite cadono a terra svenute, ed una terza che cade a terra incolume.

     Facciamo un breve consiglio e decidiamo: il Sig. Proposto col  Dottore si recano dopo aver visitato e benedette le salme dei capofamiglia Cecchi, Cappelli e Bendinelli, nella zona del  Capannone mentre il Commissario, il Segretario  ed  io  rimaniamo  per  dare sepoltura alle vittime. Per divieto del Comando tedesco non si possono portare al Cimitero ed è necessario toglierli dalle intemperie e dalle strade[1].  Decidiamo; faremo un piccolo cimitero nel campo

del mio povero zio.  Sono  pochi uomini  che  lavorano  e  parenti stretti degli uccisi; Bruno e Settimo Magrini, Nello Rosellini, Sabatino Cappelli e Guido Pucci. Sono presenti sfidando l'ira tedesca,  che ancora sentiamo imperversare vicino, con frequenti scariche di mitraglia, spinti e sorretti dalla pietà verso i loro morti. Sono cinque uomini. Il Segretario rimane con noi quasi scudo e difesa di  un pericolo che da un momento all' altro può farsi presente mentre  il  Commissario  si  reca  a  casa  per  prendere un' iniezione di  canfora e inviare  qualche  uomo  sul  posto,  in  aiuto.

      Si inizia il lavoro sotto un sole che brucia e spossa le membra  già stanche anche per l'oppressione spirituale in cui ci  troviamo. La fossa è ultimata e si inizia il trasporto mesto, spoglio di pompa  e di onori, credo ancor più che al fronte in prima linea. Io, Sacerdote, benedico le salme che poi avvolgiamo in un lenzuolo e adagiamo sopra un carretto e un po' di paglia. La solitudine che ci  circonda rende ancor più triste la cerimonia. Così le vittime vengono, ad una ad una, trasportate al sollecitamente apprestato cimitero di guerra. È un pianto intorno a noi e nel profondo del nostro cuore. Sono tutte persone che conoscevo fin da bambino, persone  pacifiche, lavoratrici assidue, che davano  pane alle  loro  famiglie  quelle che in quella sera vennero trasportate al piccolo umile cimitero, e alle quali la barbarie ha tolto, non so perché, la vita.

     Si  odono grida disperate. Ci guardiamo intorno ; là in un fosso poco lontano da noi, una donna ha trovato il fido ed amato compagno della sua vita. È  Ettore Quiriconi. Il  Segretario ne prende i dati, poi ne trasportiamo le spoglie mortali, lacerate forse da fucile mitragliatore, alla sepoltura comune.

     Due uomini giungono che portano per il momento al braccio le  insegne della Croce  Rossa ;  Emilio  Franchi e  Duilio Tognarelli. Sono stati inviati dal Commissario. E la loro venuta è veramente  provvidenziale. Ci sono da trasportare al cimitero i miei morti  e gli  uomini  mancano.  Due miei  cugini  che fino  a quell'ora si sono prodigati nel lavoro, Settimo, fratello di Giuseppe,  e  suo  nipote Bruno, non hanno la forza di avvicinarsi alle salme dei nostri cari e  si  ritirano. Il  loro  animo  è  scosso  al  pari  del  mio. C' è il Segretario che si presta e gli altri nominati. Nella mia qualità di Sacerdote ho la forza di benedire le salme dei mici cari e di accompagnarle alla sepoltura.

     L' ora si fa tarda e la paura di un  ritorno  dei  tedeschi  alle nostre menti sempre più minacciosa. Rimangono i morti del Podere  Pratogrande, che saranno rimossi l'indomani mattina, presenti sempre il Commissario e il Segretario, veramente ammirevoli in questi giorni tristi.

 

      Presso mio padre trovo i tre orfani di Magrini Domenico. Sanno già della loro triste rovina. Dalla bocca della maggiore,  Cesarina, vengo a sapere che tutta la famiglia del mio povero zio  era già stata messa al muro e che solo le loro grida disperate   e alcune cartoline inviate dalla prigionia in Germania dal mio cugino Gino li salvano. Quale misfatto avevano compiuto ? È una domanda a cui ancora non sono stato capace di rispondere. Solo al mattino seguente mi si dice che correva voce che i tedeschi, guidati da repubblicani dei paese, cercassero espressamente la famiglia Magrini della Fattoria Gerini e i Contadini del Settepassi. Voce vera o falsa? È    certo   che   solo   la   famiglia   Magrini   e   gli   sfollati   del  Pratogrande furono messi al muro.

     Come al Pratogrande anche al Capannone le salme sono state composte religiosamente nei piccoli improvvisati cimiteri. Ma il  nostro animo non si da pace e cerchiamo tutte le vie per poterli associare al  Cimitero  Comunale. Il   Venerdì   il  Comando  tedesco lascia il  nostro   paese:   fino   a quel   momento il  permesso non  era stato concesso. Approfittiamo  della  sua .partenza  e   d'accordo   col  Commissario e il Segretario sollecito l'allestimento delle casse. Per l’esumazione.   Sono  presenti   il  Commissario,  il  Segretario,  il  medico condotto Dr. Leone Stefanini. Anch'io assisto. Poche le persone presenti.  I   miei morti li trasportiamo a casa. La sera colla solennità permessa dalle circostanze è fatto il trasporto delle  vittime a mezzo di un autocarro che il Comune di Pescia ha messo a nostra  disposizione. Il trasporto è fatto senza il concorso della gente per non eccitare la suscettibilità tedesca ed evitare possibili incursioni aeree. Ma gli anglo-americani sono forse già informati del trasporto di queste vittime della barbarie nazista e fascista:  nel  cielo  otto apparecchi volteggiano ; forse portano il loro estremo saluto ai cari che ora   riposano  nella pace  del  Cimitero.

 

AL PRATOGRANDE COI SUPERSTITI

 

      Armando Pucci ricorda e racconta quanto ha veduto e vissuto. Erano circa le due e mezzo del tragico giorno. Un centinaio di  soldati, fermati i cinque camions sulla strada, entrano nella corte. Li svegliano e li riuniscono tutti,  una  ventina  di  persone, nella cucina dei Piuma. Chiedono del padrone e il Pucci si presenta, il capitano, sotto la tettoia, con una  lampadina  illumina  una  carta geografica della zona e sembra cercare su di essa alcuni nomi, evidentemente già segnati. Domanda dove si trovi la  “grande fabbrica „  (l'essiccatoio  dei  tabacchi),  alcuni  poderi,  che  vengono espressamente nominati, e " la grande fonte ,. Chiede della distanza di questa, ed ordina di condurvi, per le vie  più corte,  i  soldati. Sono una ventina. La loro intenzione evidentemente è di sorprendervi i partigiani del padule, che, secondo le informazioni  avute, dovrebbero fare ivi rifornimento d'acqua. La necessità stringe e il Pucci si mette a loro disposizione. Nell'Anchione essi entrano in casa di Rocco Cardelli, ma non vi trovano che donne e bambini. Entrano quindi da Piacentino Tognarelli. Vi fanno entrare anche la  guida e ve la trattengono, guardata a vista dai soldati, mentre altri  si  danno  a  rovistare  altre  case  dei  dintorni.  I   partigiani,   almeno quella mattina, non si sono fatti vivi e i tedeschi, conducendo seco la guida, prendono la via del ritorno. Questa viene lasciata libera all'imbocco di Via Galligani, e, mentre i soldati prenderanno quella, il   Pucci  ritornando  sui   suoi  passi  andrà  a casa dal  Ponte  di  Mingo.

     A casa i tedeschi non ci sono più e  non  si  sente  muovere anima viva. Entra in casa; guarda per le camere: nessuno! Una  voce amica finalmente lo chiama dalla finestra e lo invita a salire. Su, in una camera, trova riunite e chiuse tutte le persone che aveva lasciate. L' ordine era stato severo e perentorio : " Non aprite finestre, non uscite, non sparate.  La vita ne va di mezzo „.

     Solo a giorno grande essi abbandonano la loro prigione.

      I tedeschi dal casone Pucci si erano spinti più a sud verso la zona del Pratogrande, là dove l’informatore aveva detto trovarsi “la grande fabbrica”. E colà si sono posti in agguato, in assetto di guerra.

      È la vedova di Ettore Quiriconi che ci dice le sue impressioni.

      La ricordo questa donna, ancor giovine, nell' ora tragica in cui ritrovò il marito crivellato da pallottole credo di fucile mitragliatore. Ora è qui e sedere accanto a me nella casa che vide partire pieni di vita e ritornare, chiusi in casse sigillate, il mio povero zio Guido e duo figlio Domenico.

            Evelina Cardelli nei Quiriconi parla e noi l’ascoltiamo con un senso di profondo dolore e pietà, trattenendo a stento le lacrime.

            Sono le cinque e mezzo o le sei mattino. È col marito diretta al suo lavoro. Nessun presentimento per gli imminenti luttuosi avvenimenti.

            Ad un tratto ode più in giù un parlare strano: siano tedeschi? Ne avverte il marito, che prima non vuol credere poi fugge: lo ritroverà la sera lacerato dal ferro feroce. Ella si avanza, si affaccia sulla via. Non c’è dubbio; sono i tedeschi, che non le danno tempo di fuggire. Due di loro la raggiongono, la prendono per i polsi e la presentano al comandante. Le sue grida disperate mettono intanto sugli attenti le persone del vicinato. Essa è trattenuta. I tedeschi sono in agguato nelle fosse, sui cigli, e campi, fucili e mitraglie pronti a far fuoco. La spia, vera o falsa, li ha messi in allarme: là c’è un covo di partigiani; i contadini favoriscono i partigiani, li aiutano, servono loro di collegamento, e da informatori, forniscono loro vettovaglie. Ed ora i tedeschi sono là davanti ai suoi occhi, in agguato. Chiunque passi diretto al padule o venga dal padule, chiunque circoli in quella zona è un partigiano o uno a servizio dei partigiani, e per lui la sentenza è già segnata: deve morire.

            Ed Evelina è lì, a sedere sul ciglione che costeggia la via, ai confini dei poderi del Gerini. Quanto dovrà attendere? Sotto i suoi occhi dovrà veder cadere gente buona e conosciuta? No. Essa sarà già posta in libertà ed avrà già raggiunta la propria casa, quando udrà le prime sinistre scariche in quella zona.

È la volta di un'altra giovane vedova di quella triste giornata: Palmira Lupori nei Parenti. Anch'essa ha veduto qualcosa, anch'essa è stata in mano ai tedeschi, e porta nel racconto tutta la forza tragica di un dolore senza pari e di uno spavento, senza limiti.

     Ricorda l' arrivo dei tedeschi sul posto. I  suoi uomini  sono  laggiù nei campi che lavorano tranquillamente. I soldati entrano in casa, frugano, rovistano. Nessun segno sospetto ; nessuna persona sospetta. La casa non è tra le segnate e condannate a perire.  Ciò nonostante una bomba a mano getta il terrore in quella famiglia mentre a poca distanza, al di là della Pescia, le armi tedesche hanno già fatto sentire la loro terribile voce. I bambini fuggono pei campi nudi, spauriti. Le donne anch' esse piene di spavento, li  raggiungono, li prendono in collo. Hanno veduto il loro caro Fedele in  mano ai soldati e fuggono dalla loro casa verso la Fattoria.  Passano davanti a fucili e mitraglie a soldati che  tendono sinistri i loro sguardi, e si dirigono, col cuore in gola,  verso  la  salvezza. Davanti ai loro occhi però, sui loro passi, il cammino e già bagnato di sangue. Lì a poca distanza l'uno dall'altro hanno trovato  due morti. Sono persone loro  ben  note:  Magrini  Guido  e  Magrini Domenico.

***

 

     Come erano caduti ? Quando ? II suocero di Palmira Lucori,  Fedele Parenti, ce lo sa dire. È l’unico che ha veduto la tragica fine dei due.

     Fedele è trovato dai tedeschi al suo lavoro. Chiamato, si avvicina mentre contro di lui una rivoltella è spianata. Dichiara i suoi estremi, l' arma si abbassa e viene preso nel gruppo, che lo fa passare davanti alla propria abitazione e lo conduce nel fosso che cinge il  rinchiuso   Padelli.    c’è  il  capitano,  due  tenenti, un  gruppo  di soldati, e due civili : Guido e Domenico Magrini. Il padre sembrava  tranquillo, ma non cosi il figlio. Sulla sua faccia e nel suo portamento si leggeva evidente la paura per quello che sarebbe successo. Era ancora giovane e forse aveva già veduto altri due, Magrini  Giuseppe e suo figlio Ivo, già a terra barbaramente crivellati di

Pallottole!

      Anche l'interrogatorio di Fedele verte sull'ubicazione della " grande fabbrica „ di alcune fattorie e poderi. L' adunanza si scioglie. Si ritorna verso la Pescia. Sembra che i Magrini siano lasciati liberi, ma gli  si spara a tradimento colla rivoltella, forse a mitraglia. Il   padre  cade  istantaneamente,   mentre  il  figlio,  forse  ferito,  fugge. Ancora una scarica, una terza, Domenico corre ancora, piega per la  strada  di  destra  e  Fedele  lo  perde  di  vista.  Andrà  a finire nella fossa dove io lo trovai nel pomeriggio e dove le donne, fuggitive lo scorsero nei loro frettoloso passaggio.

      A Fedele viene consegnata una cassetta di munizioni, che deve portare a! seguito dei tedeschi, che si trasportano, attraverso il padule, fino a Stabbia.  Tutti  i  particolari  di  quel  singolare  viaggio sono ancora fissamente scolpiti nella mente del bravo uomo. E sa dirci anche qualche cosa di Giuntoni Roberto e di suo figlio Rino di  12 anni.

     Li incontra presso il Casino Poggetti. Sono colà a  pascolare le  pecore.  Interrogati  dal gruppo dei  tedeschi,  ove si trova il capitano coll'interprete, dichiara la sua qualità di pastore e perché egli

si  trovi  colà.  Anche  il  Parenti  mette  una  buona  parola  e  padre  e figlio sono per il momento liberi,  Dico  per  il  momento  perché sopraggiunge ben presto un altro gruppo di soldati, che trovati i Giuntoni forse in un capanno (i capanni erano considerati ricovero dei partigiani dai tedeschi !) li uccidono.

     Della strage del Pratogrande egli fino alla sera, all'ora del suo ritorno, non sapeva nulla. Durante il  suo  interrogatorio  sentì  sì delle scariche presso l'essiccatoio, e l'urlio disperato delle donne e dei bimbi, ma non poté vedere né sapere nulla.

 

***

 

     Dosolina Bartolini, la bimba di 12 anni, che sfuggì miracolosamente la morte, anch'essa sa dirci poco.

     Tutti erano stati chiamati fuori e tutti uscirono nel timore che il   fuoco   dovesse   divorare   l'essiccatoio   colle   loro   case.    Tutti   uscirono e m pochi minuti fu decisa la sorte di tutti. Ai primi colpi (Dosolina dice che ad uno ad uno siano stati uccisi) ella, ferita leggermente alla mano sinistra, fuggì in casa. Un soldato invano cercò di rintracciarla, e fu salva.  Quando  riuscì  trovò  tutti  per  terra. Anche Maria Grazia Guiducci, perfettamente incolume, le due sorelle Elena e Marcella Malfatti e la loro domestica Dina Bartolini, ferite, forse ancora in  preda allo spavento e sfatte dal dolore, erano  là distese col gruppo  dei  morti.

 

***

 

       E Luisa Parenti, ritornata prontamente dalla Fattoria, la prima  voce che rianima. Ella chiama e solo cinque del gruppo rispondono alla sua voce. Fra esse è Dina Paolettoni nei Bartolini   madre  di  Dosolina. È  cosciente della sua sorte. Sente che l'ora ultima si avvicina; e Luisa le è di conforto in quelle due ore di lenta e cosciente agonia. Muore dissanguata. Nell' agonia ha la gioia di sapere salva la sua Dosolina.

      Da Luisa e dalle superstiti, fatte forti in quell’ora tragica i cadaveri barbaramente sciupali, vengono tolti di mezzo alla polvere e composti alla meglio in casa. Lì li troverò alla sera. Sono Emilia Pollastrini nei Malfatti coi due figli Evandro ed Inghilesco, di 13 e 9 anni. La madre li ha veduti cadere crivellatti sotto i suoi occhi ed ha avuto il coraggio di gettare in faccia ai loro carnefici il grido  della condanna;  "Assassini! Assassini ! „  Poi  anch'essa  è  caduta sotto il fuoco micidiale della mitraglia.  C'è Sandra Nicole  Settepassi, di diciassette anni.  Diciassette  proiettili  sul  petto  l'hanno fulminata. C'è Giulia Barsali e la sua sorella Dina nei Guiducci col figlio Gianfranco, e la tredicenne Giancarla Ferlini, che tanto affetto ancora oggi raccoglie intorno a sé.

 

***

 

     L'azione sanguinosa dei tedeschi si sposta  più a sud  alle famiglie Cecchi, Cappelli, Bendinelli. L'allarme  vi  è  già  giunto. Gli uomini più giovani sono fuggiti; sono rimaste solo le donne e Cecchi  Domenico e Cappelli Giuseppe, fiduciosi  nella loro  bontà e innocenza nonché nella loro età avanzata. Tutti vengono raggruppati dinanzi ad una mitraglia piazzata nell'aia. Le preghiere  delle donne, li salvano, ma non tutti. Gli uomini sono chiamati fuori del gruppo e portati via. Le donne e i bambini fuggono spaventati e solo più lardi troveranno i loro cari, laggiù dove la viottola s'incontra coll'argine della Pescia, malamente colpiti alla gola e alla testa,  freddi  cadaveri.

 

***

 

      Antonio Bendinelli era fuggito da casa, ma i tedeschi lo sorpresero presso Pucci Angiolo, che per il momento si era finto ammalato. Invano il Bendinelli fu presentato come un amico  venuto  di lontano a far visita all'amico ammalato. Preso e  condotto  via dai tedeschi la moglie il giorno seguente lo troverà cadavere,  seguendo le tracce di sangue sparse in mezzo al granturco.

 

***

 

      Mitraglie e fucili gettavano spavento e lutto nelle famiglie dalle gronde del padule e laggiù nel centro, nel folto delle erbe palustri, terribile e spietata giungeva l'azione delle batterie tedesche piazzate nei pressi di Massarella. Un gruppo di  uomini,  rifugiatisi  quella mattina in padule sa ridirci, quanto il cannone li abbia riempiti di spavento in quelle ore. Un occhio invisibile sembrava li osservasse e il  cannone  coi  suoi  tiri  micidiali  li inseguiva  sinistramente.  A  nulla valeva nascondersi nel folto delle erbe; a nulla tenersi sott' acqua fino alla gola : il cannone ovunque li scovava, li perseguitava. Finché  disgraziatamente  uno  di  questi  proiettili  raggiunse  in  pieno  il

gruppo; lacerando le carni di Alberto Parenti.

 

***

 

     Pure nel padule trovava quella mattina la morte Guido Pagni. Non,  sappiamo se  il  cannone  o  più  facilmente  qualche  scarica  lasciata partire a caso l'abbia raggiunto formando così il ventunesimo morto in quella zona.

     Altri due infatti, sempre più a nord, avevano trovato la morte, nei loro campi, situati, vicino al padule: Moschini Antonio e la sua nuora Federighi Maria di 27 anni,

     L'amore, e l'apprensione pei loro cari l'avevano spinti colà, poi si erano messi a lavorare. E al lavoro furono trovati dai tedeschi,  che  li  invitarono  ad  avvicinarsi  e  li  colpirono  senza  pietà.

 

LE ORE TRAGICHE DEL CAPANNONE

 

      Anche laggiù  i tedeschi vi giunsero di buon mattino. Si disposero in assetto di guerra e posero la zona compresa tra la strada prospiciente la piazza e quella lungo il Canale fino  al  Piaggione in stato  d’assedio.                                                  

     Prima però vollero avere sicure le spalle. E, mentre alcuni  piazzavano le mitraglie sul ponte davanti alla piazza e giù per la  strada, che mena al Piaggione, altri penetrarono nelle  abitazioni, Natalini Nannini nei Parenti fu presa in casa, portata a pianterreno interrogata e piantonata. Gli uomini si erano nascosti. Furono trovati solo due sfollati da S. Croce colla loro famiglia. Le loro carte di viaggio, rilasciate il giorno precedente  dal  Comando  tedesco salvarono loro la vita. Dopo varie  interrogazioni furono tutti fatti risalire e obbligati a chiudersi in una  stanza,  coll'ingiunzione  di non affacciarsi, di non aprire finestre, e la minaccia di morte qualora avessero sparato contro i tedeschi. Alcuni di questi passarono poi ad osservare la zona, gettarono dei  segnali  e  l'azione delle artiglierie rivolte per quel giorno contro il padule cominciò terribile fino alla sera.

     L' arrivo  dei  tedeschi  era  già  stato  notato  e   notata   era   stata pure la mitraglia piazzata sul ponte davanti alla piazza, ma la loro azione intesa come azione di rastrellamento dal povera Lucchesi Agostino, di Montecatini Terme, che in quei giorni si trovava presso i parenti. Per cui fidandosi della propria età uscì di casa  nell'intento di  arrivare a Montecatini.  E la  moglie si  mosse con  lui per vedere se i tedeschi lo avessero fatto passare. Ma giunti appena sulla strada una medesima raffica di mitraglia lì colpì ambedue  a morte.

     Furono i primi due morti che io vidi in quel giorno triste, e che avrei voluto vedere più d'appresso, se l'urlio e la vicinanza dei tedeschi sulla strada che mena al Piaggione, non me ne avessero distolto, salvandomi la vita.

        Giù per quella strada, l'ho saputo più tardi, a poco distanza l'una dall'altra vi erano state piazzate tre mitraglie, e  nel  pomeriggio, forse poco dopo il mio arrivo al Capannone, fatti tre morti: Cardelli Rocco, Cardelli Pellegrino, Magnani Enrico.

        Erano stati presi fin dal mattino in padule, e più volte erano  erano stati inviati ora l'uno ora l'altro presso le famiglie a prendere acqua, pane od altro pei tedeschi, mentre l'uno o l'altro rimaneva come ostaggio. Se uno non fosse tornato gli altri sarebbero stati uccisi.  Tutti per salvare, i compagni di sventura puntualmente ritornarono dalle loro ingrate missioni. Ma  a  nulla  valse.  Forse   proprio quando era già stata loro promessa la libertà e l'incolumità e già si avviavano verso il Capannone per .tornare alle  loro  case, il ferro tedesco li colpì alle spalle, a tradimento. Essi furono trovati al mattino seguente tutti e tre bocconi, colle mani in avanti.

        Poco più in giù, sull'argine al confine del Piaggione già dal mattino, colpita al cuore e alla testa, giaceva esamine l' unica donna uccisa al Capannone: Lia Parenti nei Moschini.  Aveva  ventisette anni. Era madre di tre piccole creature.

       Avvertita la presenza dei tedeschi, e pensando che, come sempre, fossero per razzia di uomini, era corsa ad avvertire i suoi cari. In un momento di calma, credendo che i tedeschi fossero  partiti, salì  sull'argine  e  vi  trovò  la morte,  per  mano di quei barbari, che non vollero in lei rispettare né il sesso né la qualità di madre. Considerata una partigiana fu uccisa.

       Più a nord intanto, al podere Casenuove, ove abitano le famiglie di Lorenzini Gino e Eugenio Bellandi, un altro  tragico  fatto era accaduto.

       Quattro uomini, Bellandi Eugenio,  Incerpi Giuseppe, Arzilli Arcibiade, Bonaccorsi Alfredo sono a trebbiare del grano nel campo. L'urlio che viene di là dalla Pescia, da casa Magrini, li  pone  in sospetto. Lasciano il campo e si dirigono verso casa. Là tre tedeschi, armati di tutto punto, !i affrontano. Ci si  muove  verso  l'aia.  Il Bellandi visto aperto il portone di cantina vi schizza dentro e  vi si  rinchiude.  Gli  altri  tre  tirano  fuori  i  propri   documenti   e   permessi di viaggio e di trebbiatura : ma una raffica di mitraglia lasciata andare da un quarto tedesco, che già era giunto sull'aia precedendo gli altri,  fa cadere  l' Incerpi e  l'Arzilli  coi loro  fogli ancora in pugno. Il Bonaccorsi, sebbene inseguito  dalla  mitraglia,  fugge.  Le donne più tardi lo troveranno in una fossa, colpito da tre pallottole, ancora vivo.

      Anche Fiore Bellandi e Tognarelli Guido videro in quel giorno  la morte vicino e sentirono,  sebbene  non  mortalmente,  bruciare nelle proprie carni il ferro tedesco.

      Il  primo  è  nei campi.  Sente i  tedeschi  in  capo  alla via, ode la scarica che crivella il Lucchesi e la sua consorte Bendinelli Valeria, e vuol mettersi al sicuro, in casa dei Piuma. Passa lungo le prode, ma quando giunge ad attraversare la strada una raffica lo colpisce. Fortuna che può muoversi e nascondersi dietro il muro del fabbricato!

      L’altro fu scorto presso  la  sua abitazione in padule e gli fu sparato addosso col mitra. Egli si finse morto ed i tedeschi cessarono il fuoco. Vanno per vedere ma più non lo trovano nella fossa ove si era gettato. Egli, sebbene ferito, ha avuto la forza di fuggire e mettersi in salvo. La famiglia e la casa però avrebbero dovuto sopportare feroci l’ira tedesca se non fosse sopraggiunto il padrone del podere, Cav. Dott. D'Alpino, col capitano tedesco, che ordina ai soldati di ritirarsi.                            

      Altre case però hanno dovuto subire la loro ira  devastatrice.  La casa di Moschini Agostino per tre volte in quella mattina vede tornare torvi i tedeschi, che ogni volta, trovano  qualche cosa  da distruggere, da bruciare: paglia, fieno, e del grano per una quarantina di quintali. La corte dei Piuma-Pucci viene incendiata verso il  mezzogiorno.  Incendiati pure  i  pagliai,  le capanne lungo  il  corso della Pescia. I danni materiali sono ingenti, ma certo sempre, inferiori alle perdite di vite umane, che in quei giorno vestono a lutto tutto il Comune.                                                  

 

 

 

ELENCO NOMINATIVO DELLE PERSONE UCCISE

 

A PONTE BUGGIANESE DA MANO TEDESCA

 

 

     Giorno 6 Luglio 1944 - in località “Fattoria,,

 

Spadoni Agostino fu Emilio e fu Meucci Carolina, nato a Ponte Buggianese il 4 ottobre 1871 - Residente a Ponte Buggianese ;

 

Pinochi Celestino fu Giocondo e fu Benedetti Assunta, nato a Ponte Buggianese l’8 novembre 1867 - Residente a Ponte Biiggianese;

 

Quiriconi  Marino  di  Dario  Marsilio e di Scardigli Maria Oliva, nato a Ponte  Buggianese  il 26 giugno  1909  -  Residente a Ponte Buggianese ;

 

Lucchesini Narciso fu Alessandro e fu Rosellini Domenica, nato a Ponte Buggianese il 17 marzo 1883 - Residente a Ponte Buggianese ;

 

Guelfi Narciso di  Quintilio e di Cappelli  Adele,  nato  ad  Altopascio  il  17 marzo  1883  -  Residente a Barga -  Sfollato a Ponte Buggianese.

 

    Giorno 17 Luglio 1944 - in località "Fattoria „

 

Benedetti Rigoletto di Alessandro e di Benedetti Eugenia, nato a Ponte Buggianese l’11 ottobre 1914  Residente a Ponte Buggianese.

 

    Giorno 23 Agosto 1944 - in località " Pratogrande „

 

Settepassi  Sandra di Aldo e di Giuseppina Scognamiglio; nata a Firenze il 6 dicembre 1926 - Residente a Firenze;

 

Malfatti Evandro di Guido e di Pollastrini  Emilia,  nato a Massa Marittima il 3 dicembre 1931 - Residente a Grosseto ;

 

 Malfatti Inghilesco di Guido e di Pollastrini Emilia, nato a Massa Marittima il 5 maggio 1935 - Residente a Grosseto ;

 

 Pollastrini  Emilia  fu  Antonio  e  di  Santina Savio,  nata a Anzio (Roma) il 5 luglio 1900 - Residente a Grosseto;

 

 Cuiducci Gianfranco di Umberto e di Barsali Lina, nato a Buggiano l'11    maggio   1924 -   Residente   a   Pieve   a   Nievole;

 

 Barsali Lina fu Francesco e fu Boldrini Maria, nata a Lucca il 30 novembre 1893 – Residente a Pieve a Nievole;

 

 Barsali Giulia fu Francesco e fu Boldrini Maria, nata a Lucca il 4 ottobre 1897 - Residente a Pieve a Nievole;

 

 Bendinelli Antonio fu Pasquale e di Benedetti Orsola, nato a Ponte Buggianese il 17 gennaio 1904- Residente a Ponte Buggianese;

 

 Cappelli Giuseppe fu Eugenio e fu Pucci Maria, nato a Ponte Buggianese il 4 maggio 1887 - Residente a Ponte Buggianese;

 

 Cecchi Domenico di Grazio e fu Bettaccini Emilia, nato a Ponte Buggianese l' 8 dicembre 1887 - Residente a Ponte Buggianese ;

 

 Ferlini  Giancarla di N. N,  nata a Ponte  Buggianese il 14 marzo 1931 - Residente a Ponte Buggianese;

 

 Pagni Guido fu Emilio e fu Sorini Maria, nato a Ponte Buggianese il     maggio  1885  -  Residente  a  Ponte  Buggianese;

 

 Paolettoni  Maria Dina fu  Emilio e di Di Quirico Giulia, nata a Ponte  Buggianese il 29 aprile  1909  -  Residente a Ponte Buggianese ;

 

Parenti Alberto di Fedele e di Pagni Armida,  nato a Ponte Buggianese il 30 ottobre 1912 - Residente a Ponte Buggianese;

 

Quiriconi Ettore fu Emilio e fu Moschini Maddalena, nato a Ponte Buggianese il 23 dicembre 1899- Residente a Ponte Buggianese;

 

Magrini Domenico di Guido e di Caletti Luisa, nato a Ponte Buggianese il 23 luglio 1904 - Residente a Ponte Buggianese;

 

Magrini Guido fu Virgilio e fu Cardelli Umiliana, nato a Ponte Buggianese il 19 febbraio 1881 - Residente a Ponte Buggianese;

 

Magrini Ivo di Giuseppe e di Marsili Elena, nato a Ponte Buggianese il 6 febbraio 1926 - Residente a Ponte Buggianese;

 

Magrini Giuseppe di Luigi e fu Lollini Italia, nato a Ponte Buggianese il 26 gennaio 1901 - Residente a Ponte Buggianese.

 

 

     Giorno 23 Agosto 1944 - In località " Capannone „

 

Incerpi Giuseppe, residente al Torricchio (Uzzano), del 1901 ;

 

Arzilli Alcibiade, da Piombino (Livorno), del 1920.

 

Cardelli Rocco di Piacentino e di Cardelli Primia,  nato a  Ponte Buggianese il 17 maggio 1927 - Residente a Ponte Buggianese ;

 

Parenti Lia di Attilio e di Nannini Natalina, nata a Ponte Buggianese il 2 ottobre 1916 - Residente a Ponte Buggianese ;

 

 

 

Cardelli Pellegrino di Emilio e ai Novena Giagnini, nato a Marsiglia il 22 dicembre 1901  - Residente a Ponte Buggianese

 

Giuntoni Roberto fu Pietro e fu Ferlini Argentina, nata a Fucecchio il 9 aprile 1895 - Residente a Ponte Buggianese ;

 

Giuntoli Rino di Roberto e di Quartieri Anna, nato a Ponte-Buggianese il 25 Giugno 1934 - Residente a Ponte Buggianese

 

Magnani Enrico di Ferruccio e Materassi Vincenzina, nato a Montecatini Terme il 1 Agosto 1924 Residente a Montecatini Terme

 

Lucchesi Agostino del Comune di Montecatini Terme ;

 

Bendinelli Valeria nei Lucchesi - Residente a Montecatini Terme.

 

     Giorno 23 Agosto  1944 - in località " Fattoria „

 

Federighi  Maria di Angiolo e di Bindi Isola, nata a Ponte Buggianese il 5 agosto 1917 - Residente a Ponte Buggianese;

 

 Moschini Antonio fu David e fu Spadoni Teodolinda, nato a Ponte Buggianese il 24 novembre 1878 . Residente a Ponte Buggianese.

 

        

 

 

 Ponte Buggianese, 2 Ottobre 1944

 

                                                                                                                        Visto: IL SINDACO

 

                                                                                                             (Prof. Dott.  Aristide Benedetti}



[1] Occorre qui ricordare che il Comando tedesco del presidio del Ponte Buggianese, già interpellato dal Segretario del Comune e dal Dr. Baldi per la sepoltura dei morti e per l’assistenza ai feriti, aveva rifiutato la inumazione al cimitero e concesso , di bontà sua !, la medicazione dei feriti.

                Successivamente nuove istanze furono fatte presso il maresciallo tedesco Alfonso Pitroch, per ottenere che il Dr. Baldi ed il Segretario del Comune si recassero a fare la constatazione dei morti e il riconoscimento delle vittime, e che il Rev.mo Don Giulio Tognarelli potesse recarsi a dare l’assoluzione alle salme. Nella discussione che ne seguì il Maresciallo Pitroch ebbe a dire al Segretario che mentre nulla ostava al comando tedesco affinché i suddetti si recassero nella zona, non riteneva, conforme alle leggi internazionali, necessaria l’assoluzione alle salme, essendo tali morti considerati da loro tedeschi “come banditi !”.