P. PRIMO EGIDIO MAGRINI
SACERDOTE FRANCESCANO
BARBARIE
E
VITTIME
MEMORIE DI TRE GIORNI DI FEROCIA TEDESCA
A PONTE BUGGIANESE
NEL 1944
Parrocchiani,
Nel presentarvi questo opuscoletto, il
compilatore ed il sottoscritto, hanno avuto principalmente il fine di rendere
omaggio a tutte le vittime ed al tempo stesso tramandare ai posteri una storia
più completa dei misfatti-tedeschi, verificatesi nell'anno di guerra 1944.
Attenendosi
scrupolosamente a dati precisi, fautore ha assunte le notizie presso testimoni degni di fede nel luogo degli eccidi.
Perciò questa edizione
colmerà alcune lacune involontariamente avvenute nella compilazione affrettata
del precedente opuscolo e quindi, oltre ai dolorosi fatti del Pratogrande del
23 Agosto u s, comprenderà anche la narrazione delle atrocità perpetrate dalla
soldatesca nazista nella zona Fattoria il 6 Luglio 1944, nonché altri
episodi isolati verificatosi nel nostro territorio.
Inoltre, ha
spinto a questa nuova stampa il desiderio
di corrispondere alle numerose richieste di mola, anche forestieri, rimasti privi la prima volta di questa dolorosa
storia.
Infine questa edizione
potrà avere anche lo scopo di
beneficenza perché il piccolo margine che eventualmente potrà
realizzarsi, sarà devoluto a beneficio del Comitato per i restauri della nostra
Chiesa Parrocchiale che ad opera sempre della rabbia teutonica, subì gravi danni
il primo Settembre dello scorso anno, nell' occasione delle malvage
gesta dinamitarde compiute il giorno precedente alla loro ritirata dal nostro territorio.
Ponte
Buggianese, 10 Gennaio 1945.
IL PARROCO
PROPOSTO GIULIO
TOGNARELLI
6 LUGLIO
Straccio dai miei
appunti: "È sera. L'ora calda è
passata e mi metto in viaggio verso il mio paese. Laggiù, verso casa
mia, mi sembra, s'innalza sinistro del fumo. Cosa è successo ? Da pochi giorni
i tedeschi hanno fatto razzia in
quella zona di
bestiame lasciando ai poveri coloni le stalle vuote o quasi, e alcuni
pochi e ardimentosi si sono uniti ed armati, pronti a difendere i propri e gli
altrui beni. Che ora quel gruppo abbia agito od i membri di esso siano stati denunziati da spie ai
tedeschi determinando la rappresaglia spietata e terribile anche verso i miei
cari? So che mio fratello maggiore è già stato denunziato ai tedeschi per la
sua azione del 9 Settembre 1943 e deve - sia pure privo de! braccio sinistro -
tenersi, in guardia. Che ora sia venuta la vendetta ? L' ansia e l'agitazione
crescono.. II fumo sembra proprio che venga da casa mia. Giungo al Molinnovo e,
forse allucinato dalla preoccupazione interna, mi convinco che sia proprio la
casa di mio padre che brucia. Mi sembra che tutti mi guardino con un senso di
pietà e mi par di leggere nelle loro espressioni un segreto che non mi vogliono
far conoscere. E la pena aumenta. Aumenta finché non vedo casa mia intatta. Il
fumo è assai più distante. Dai miei
vengo a sapere
- attraverso notizie più o meno certe - la triste realtà che si sta
svolgendo in Fattoria. Sono circa le 17,30.
Il fatto
lo ricostruisco oggi
- alla distanza di qualche mese- in base a notizie certe e
sicure e a colloqui avuti colle persone che hanno veduto e vissuto quelle ore
di dolore.
Un camion di tedeschi si era recato in
quella fertile e laboriosa zona per razziare bestiame, e
alcuni partigiani - non so se organizzati nei gruppi o sbandati - in ogni modo sempre incoscienti,
dopo le leggi severe di rappresaglia emanata dai tedeschi e a tutti
note, sparano contro di
loro lì dove la via di Fattoria piega ad angolo retto verso sud e
verso nord, parte via Colligiana.
La reazione tedesca non
si fa attendere. In breve giungono rinforzi e il terrore, la distruzione, la
morte sconvolgono quella terra tanto fino a quel momento ricca di pace.
Gli
uomini in modo particolare sono ricercati. Anche per i vecchi non si ha
pietà. E così il povero Celestino Pinochi trova la morte. Si era fidate dei suoi 77 anni
e non era fuggito né si era
nascosto come gli altri e il piombo tedesco lo colpì sulla propria aia. Cade
sulla pula. Le donne ne hanno
pietà e cercano di fare un po’ di pulizia, attorno al povero vecchio: ma
la pietà non alberga nel cuore di quei barbara. Colle armi in pugno e colla
rivoltella alla schiena essi minacciano quelle pietose e le costringono ad
allontanarsi. Entrano quindi nella abitazione di Cecchi Angiolo: rovistano e
saccheggiano quanto può ai loro occhi avere valore, poi appiccano il fuoco nelle camere, e se ne vanno. Le donne ritornano. Il fuoco divampa; per le scale
non si può salire. Si entra dalla finestra, si getta acqua e il fuoco viene
domato, spento. Rimangono però le reliquie delle barbarie, che in quella sera
si accanisce col ferro e col fuoco contro inermi e pacifiche famiglie.
L’ultima di queste, molto più a sud, è
quella dei miei zii Celeste e Piacentino Piuma, al casone Pucci.
Anche lì, come altrove
non sono rimaste che le donne, e i
bambini. Gli uomini sono
fuggiti. Arrivano i tedeschi e minacciano di
bruciare la casa. Il
bimbo è a letto che dorme. A stento la zia può andare a
prenderlo, ma un soldato l’accompagna teme
che la donna si approfitti per portare via denaro. Tutto deve perire
colla casa. Urla e preghiere cambiano il primo consiglio. La
casa non sarà distrutta: sarà però incendiata la corte, mentre la casa saccheggiata viene un po’
rovinata da bombe a mano gettate a casaccio.
Ma facciamo il
viaggio, a ritroso per mettere un po’ d’ordine nel descrivere l’azione di rappresaglia eseguita da più gruppi di
soldati tedeschi.
Risalendo dunque
dalla casa dei miei zii, poco più a nord, sulla destra, s’incontra una casa
nuova. Vi abita Guido Grazzini. Lì vi fu ucciso Guelfi Narciso, sfollato da
Barga. I tedeschi chiamano. Egli esce di casa. Viene preso trascinato al
cancello derubato del portafoglio, freddato. I tedeschi, lo veniamo a sapere
più tardi non cercavano lui ma il Brigadiere Bassano Piero, organizzatore di
partigiani, e che abitava presso il Grazzini. Dovettero anche credere, i
tedeschi, di avere ucciso il Brigadiere se al ritorno dalle loro eroiche gesta
divulgarono in paese la notizia di aver ucciso il Bassano.
Seguendo sempre il corso della strada e,
passato il quattro formato dalla medesima ancora sulla destra troviamo un primo
fabbricato dove abitano, quattro famiglie. Lì, in quella triste sera, i
tedeschi dopo avere mangiato presso, uno dei proprietari, Federighi Angiolo non uccisero ma
devastarono ed incendiarono la corte e le stalle col bestiame, di cui parte
perì tra le fiamme.
Ancora più a nord,
sull' angolo, formato dall' incrocio di via Fattoria e Colligiana, il
viaggiatore trova oggi una casa completamente ridotta a un cumulo di sassi. Era
fino al sei luglio una bella casetta di proprietà Piacentino Moschini. Era la
casa più vicina al luogo dove i partigiani spararono addosso ai tedeschi e fu
la prima a subire le ire della rappresaglia e quella che più barbaramente ne subì le vendette.
A casa era rimasta la moglie e tre bambini
: il
babbo era al lavoro quotidiano.
I piccoli e le donne sono minacciati di
morte, poi vengono tatti allontanare. Ma per la casa la fine è segnata. I
soldati vi entrano, rovistano e svaligiano. Anche il bestiame è tolto
dalle stalle. La casa viene incendiata. Piacentino Moschini ritorna dimentico del pericolo gravi che incorre,
per spengere il fuoco ma viene preso
dai tedeschi, che a tutti i costi vorrebbero di lui fare vittima della loro
vendetta. Egli si raccomanda, prega la
vita gli è condonata. Sotto i suoi occhi però
la casa viene fatta saltare in
aria. E il gruppo parte. Ne sopraggiunge però, un altro da sud, egli fugge e
solo per miracolo sfugge al tiro dei
soldati che passano sul camion.
Sempre a destra e sul
tratto di strada che mena a Ponte alla Guardia
s'incontra un' altra casa,
che pure essa, in quella sera
provò l’ira teutonica. Il viaggiatore oggi nulla vede di sinistro: vede una casetta linda, al posto come le altre, ma pochi giorni dopo il triste
fatto sull'aia vidi un ammasso di rovine, biancheria e utensili bruciacchiati.
Vi abita Moschini Attilio. Egli ci racconta come egli e la moglie fecero appena
in tempo a fuggire lasciando la casa
chiusa. I tedeschi sopraggiunti
fecero saltare la
porta ed entrarono facendo, come
al solito da padroni. Presero quello che a
loro piacque poi
appiccicarono il fuoco
alle camere e se ne
andarono.
La Via di Fattoria
s' incontra poi con la via che mena all'Albinatico. Prendiamo quella. Un
centinaio di metri a nord della Pescia, sulla sinistra, una viuzza ci
conduce in una corte.Ci affacciamo ad un uscio. E' una desolazione. Il tetto e il solaio sono rovinati, Ovunque è
il segno distruttore del fuoco, intatti non sono rimasti nemmeno i muri
maestri. Era la casa del povero Narciso
Lucchesini. Silvia Benedetti nei
Buralli, che abita sotto il tetto, ci dice in breve ciò che ivi accadde
in quella sera ancora tanto vicina alla sua mente
I tedeschi venivano dall'Albinatico
sparando a caso la mitraglia e lei fuggì. La nipote del Lucchesini si trovava
al paese. Dove fosse questi non sa dircelo. Egli dalla nipote fu trovato sul
pianerottolo delle scale immerso in un lago di sangue, cadavere. Nessuno saprà
ridirci se sia stato ucciso in casa o colpito dalla mitraglia scaricata
a casaccio, come fu colpito il povero Agostino Spadoni mentre oltre la Pescia, a Ponte alla
Guardia, lavorava il suo poderetto. Alle
grida disperate della donna che
trova lo zio morto accorre uno sfollato di Livorno ed accorrono anche un
tedesco che visto costui alla finestra lo invita a discendere e a seguirlo.
Egli discende ma non vuol seguire il tedesco, che anzi lo
colpisce a morte,
poi si da alla fuga. Altri tedeschi sopraggiungono. Derubano in casa Buralli
ed incendiano la casa Lucchesini. Cinque giorni dopo il cadavere del povero
vecchio viene trovato sotto le macerie
e in parte bruciato. La
nipote impaurita era
fuggita.
La via dolorosa non
è terminata. C'è il caso più grave: il caso
della famiglia Quiriconi
che vedono il
loro Marino cadere ucciso sotto
i propri occhi,
Sono circa
le 18 del triste giorno. Marino,
che era stato fino a quell’ora
nel campo, al suo pacifico lavoro col babbo, fa ritorno a casa
per alcune faccende. Pochi minuti e
giungono i tedeschi. Prendono prima Armido poi lo
lasciano e prendono Marino. Il fratello era fuggito il padre vuol raggiungere la casa, ma una raffica sparata contro
di lui lo costringe a darsi alla fuga. Anche Marino, già minacciato di
morte, viene rilasciato. I tedeschi hanno saccheggiata la
casa e sembrano allontanarsi. Intanto nella strada è sopraggiunto un
altro camion ed un auto. Si fa consiglio. I tedeschi tornano indietro. Trovano
Marino in casa, lo prendono, lo
trascinano fuori. La mamma e la moglie gli si stringono intorno. Intuiscono il pericolo e non
vogliono lasciarlo solo. Ma i soldati a
viva forza lo staccano dalla stretta col figlio e marito. Marino
vistosi solo tenta fuggire ma il piombo tedesco lo raggiunge ancora sull'
aia, e cade a terra morto. Egli è la quinta e la più giovane vittima della
ferocia tedesca in quel 6 luglio 1944.
17 LUGLIO
Sono stato oggi -9
Gennaio 1945 - a colloquio con una giovane vedova, che a caratteri neri, per
tutta la vita, indelebile porterà scritto nel proprio cuore il dì 17 Luglio 1944; giorno in cui davanti ai
suoi occhi vide cadere, colpito da ferro tedesco, il marito Benedetti
Rigoletto.
Erano circa le 8,30
del mattino. Il marito teneva il suo
piccolo di cinque mesi tra le braccia e si trastullava con
lui, dinanzi all' uscio
di casa, ai
tepidi raggi del
sole mattutino ; quando
la moglie Luigina
Guidi, l'avverte che
ci sono dei tedeschi. Sono i giorni estenuanti della
caccia all'uomo. Ma egli, che ne aveva veduti passare tanti lì sull'autostrada,
che è a pochi; passi da casa, non ci fa caso. Anche lì alla casa
vicina ci sono degli uomini che, tranquillamente e senza preoccupazioni,
lavorano intorno alla trebbiatrice. E' un giorno come tutti gli altri; pensa, e
non c'è da allarmarsi. Ma il povero Rigoletto s'ingannava. Quello,
specie per lui, era un giorno ben
diverso dagli altri.
All'improvviso un uomo di corsa attraversa l'autostrada e passa sempre
correndo per la via accanto alla sua casa. Dietro di lui corrono tre tedeschi.
Gli uomini della trebbia sono fuggiti. Il
Benedetti forse non è stato notato e potrebbe fuggire. Ma questa
triste scena improvvisa lo
ha colpito : la sua faccia si
contrae e si scolora, un senso di spavento lo invade e
gli toglie forse l'idea di nascondersi o di fuggire. Si muove quasi
abulico per l'aia. E lì i
tedeschi di ritorno lo trovano e
lo prendono. Lo
associano agli altri due che hanno preso lì vicino Poi sembrano allontanarsi con questi due e
lasciare indietro, quasi dimenticandolo, il povero Rigoletto, che, credendo sia
giunto il tempo giusto, tenta fuggire. Non fa in tempo però a riparare dietro
la casa lì presso l'autostrada,
che un colpo di rivoltella lo raggiunge e lo fa cadere ai piedi de!
fico, che ancora rimane in mezzo alle macerie del ponte sull'autostrada, presso la Casabianca.
La moglie ha veduto la
tragica scena. Il marito è a terra.
Ella corre. E' ancora vivo. La
pallottola l' ha passato da parte a parte. Gli intestini sono forati. Morirà la
sera verso le quattro, rendendo vane
tutte le cure mediche.
Là sull'autostrada, li
aveva veduti, c'era ima colonna di poveri italiani, guardati a vista dai
tedeschi. Venivano da Pontedera ed erano condotti sotto la scorta dei fucili
spianati, verso destinazione ignota, al lavoro coatto. Rigoletto non voleva
essere di quel numero. Già due suoi fratelli militari erano stati deportati in
Germania, a lavorare per la Germania.
Egli nulla al tedesco voleva dare della sua forza. Per nove anni aveva servito
la Patria, si era sacrificato per la
Patria. Nulla voleva dare, nemmeno un'ora di lavoro, ai
nemici della Patria.
E preferì morire. Morì ! E nelle
ultime ore della sua vita pensò ai fratelli lontani, manifestò il suo pensiero
per loro, il suo amore: "Babbo, disse, non pensare a me. Pensa agli altri.
Preferisco morire che essere nelle loro mani ! „.
Era nato l' 11 Ottobre 1914.
23 AGOSTO
Sono le 12,30 circa del 23 Agosto 1944,
quando mio fratello Giovanni, mutilato del braccio sinistro per la resistenza
opposta ai tedeschi il 9 Settembre 1943, mi avvisa che mio zio Guido Magrini, e
forse anche la nonna sono stati uccisi dai tedeschi, che dal mattino seminano
di lutti le zone del Pratogrande e del
Capannone.
Non ho un momento di
esitazione e lascio il mio Convento col proposito di recarmi sul posto, ove
ancora infuria l'ira tedesca.
Giunto poco sotto
l'Anchione incontro i! Commissario Prefettizio, Dott. Giovanni Arrigoni,
che in
momenti tanto tristi
regge con vera nobiltà d'animo e
sensi di amor patrio le sorti del mio
Comune di nascita. Mi invita a seguirlo. Lui viene dal
Pratogrande. Ha veduto le vittime. Di alcune ha notato il nome. Tra esse mi
conferma, si trova il mio povero zio, il fratello del babbo. Di altri parenti,
che ancora mancano all'appello, non
sa dirmi nulla.
È abbattuto dal dolore e sfinito dalla stanchezza. Mi confida che
è ancora digiuno e appena può reggersi in piedi.
Ci rechiamo al
Capannone. Nella strada che porta al
padule, dietro la casa dei miei nonni scorgo due vittime. Voglio recarmi sul posto, ma mi distoglie l' urlio
dei soldati tedeschi, che scorgo non
molto distanti sulla via che mena ai Piaggione, e il Commissario che mi invita
a ritirarmi presso il Curato, Don Quinto Talini. Ci affacciamo sulla piazza nel
momento stesso in cui vi fa irruzione la Compagnia tedesca.
Sono belve assetate di
sangue: alcuni cercano ansiosi la preda
umana nelle case lasciate spalancate, altri si dirigono verso di noi con
propositi truci. È un momento decisivo. Misuro allora la portata del pericolo.
La morte è sospesa sul nostro capo.
Ci annunziamo subito, a
distanza, con frasario tedesco. Ci permettono di avvicinarci. Ci guardano le
carte. Siamo in regola
e ci lasciano andare. Il
Commissario tenta di far loro comprendere che in quella zona non vi sono
partigiani ma buoni e pacifici
lavoratori. La risposta è secca e non ammette repliche: "Qui tutti
partigiani!,,.
Ci avviamo col cuore
sospeso verso il Ponte lasciando alle nostre spalle i tedeschi, col proposito
di ottenere un lasciapassare al Comando
tedesco. Ci fermiamo però presso mio zio, Poggetti Orlando, dove si era
rifugiata parte della famiglia del mio povero zio. Che dire loro? quali
notizie? tutti o quasi piangono mentre un
tedesco, forse incoscio di tanta rovina, che grava su quei piccoli,
che mi chiedono insistenti notizie del nonno e dei babbo mi sembra
che sia tranquillo e rida. Fuggo amareggiato e col Commissario al Pratogrande. Sappiamo che
per la medesima strada ci precedono
il Rev.mo Sig.
Proposto, Don Giulio
Tognarelli, il Dott.
Amerigo Baldi, e il Segretario del Comune, Rag. Emilio Fernando Fabeni. So che mio zio e stato ucciso e la
mia nonna è salva, ma ancora di tre dei miei parenti non abbiamo notizie.
Questo ci preoccupa perché sono circa
le 14 e alle sette si è compiuta la strage. E la preoccupazione si traduce per
me, in pochi secondi, in triste realtà.
Ecco li nella fossa
mio cugino Domenico, di Guido, padre di tre figli. Scendo di bicicletta, mi
accosto; non c'è più speranza! Lo guardo: porta numerose ferite sul petto, all'altezza
delle spalle. Ha la mano e l'avambraccio sinistro sciupati e su di esso
comprime colla mano destra un fazzoletto. Segni di un dolore e di una morte lenta. Mi è stato detto poi che lo
avevano sentito invocare la moglie e i figli,
implorare aiuto. Procedo col cuore
in gola, e alla distanza di
pochi metri, per
la strada trasversale,
trovo mio zio Guido. La pietà del
Commissario e di una donna lo aveva tolto
di mezzo alla strada e accomodato il
meglio possibile all'ombra. Porta una ferita nel collo. Mi è stato riferito che dopo averlo lasciato
andare lo hanno colpito a tradimento. Ancora come suo solito aveva le mani in tasca. Povero zio! Lo avevo veduto il giorno prima insieme colla famiglia sereno intento
al lavoro.
Pochi passi ancora, a
una ventina di metri dalla strada scorgo due morti. Voglio vedere: sono padre e
figlio. L' uno trucidato accanto all'altro. Il padre di 43 anni, il figlio di
18. Sono mio cugino Giusappe Magrini di Luigi e suo figlio Ivo. Il dolore mi
toglie le lacrime. Compongo meglio che posso le salme e col
Commissario procediamo per il Podere Pratogrande. Là troviamo il
Sig Proposto, il Dottore e il Segretario Comunale. Sono afflitti. In
casa ci sono nove morti,
compresi un bambino di
nove anni ed
uno se non erro, di 13. Tutti sono stati messi al muro e
falciati dalla mitraglia. Ha scampato
la morte una bambina che al momento supremo è fuggita in casa e due signorine
che ferite cadono a terra svenute, ed una terza che cade a terra incolume.
Facciamo un breve
consiglio e decidiamo: il Sig. Proposto col
Dottore si recano dopo aver visitato e benedette le salme dei
capofamiglia Cecchi, Cappelli e Bendinelli, nella zona del Capannone mentre il Commissario, il
Segretario ed io rimaniamo per
dare sepoltura alle vittime. Per divieto del Comando tedesco non si
possono portare al Cimitero ed è necessario toglierli dalle intemperie e dalle
strade[1]. Decidiamo; faremo un piccolo cimitero nel
campo
del mio povero zio.
Sono pochi uomini che
lavorano e parenti stretti degli uccisi; Bruno e
Settimo Magrini, Nello Rosellini, Sabatino Cappelli e Guido Pucci. Sono
presenti sfidando l'ira tedesca, che
ancora sentiamo imperversare vicino, con frequenti scariche di mitraglia,
spinti e sorretti dalla pietà verso i loro morti. Sono cinque uomini. Il
Segretario rimane con noi quasi scudo e difesa di un pericolo che da un momento all' altro può farsi presente
mentre il Commissario si reca
a casa per prendere un'
iniezione di canfora e inviare qualche
uomo sul posto,
in aiuto.
Si inizia il lavoro
sotto un sole che brucia e spossa le membra
già stanche anche per l'oppressione spirituale in cui ci troviamo. La fossa è ultimata e si inizia il
trasporto mesto, spoglio di pompa e di
onori, credo ancor più che al fronte in prima linea. Io, Sacerdote, benedico le
salme che poi avvolgiamo in un lenzuolo e adagiamo sopra un carretto e un po'
di paglia. La solitudine che ci
circonda rende ancor più triste la cerimonia. Così le vittime vengono,
ad una ad una, trasportate al sollecitamente apprestato cimitero di guerra. È
un pianto intorno a noi e nel profondo del nostro cuore. Sono tutte persone che
conoscevo fin da bambino, persone
pacifiche, lavoratrici assidue, che davano pane alle loro famiglie
quelle che in quella sera vennero trasportate al piccolo umile cimitero,
e alle quali la barbarie ha tolto, non so perché, la vita.
Si odono grida disperate. Ci guardiamo intorno
; là in un fosso poco lontano da noi, una donna ha trovato il fido ed amato
compagno della sua vita. È Ettore
Quiriconi. Il Segretario ne prende i
dati, poi ne trasportiamo le spoglie mortali, lacerate forse da fucile
mitragliatore, alla sepoltura comune.
Due uomini giungono
che portano per il momento al braccio le
insegne della Croce Rossa ; Emilio Franchi e Duilio
Tognarelli. Sono stati inviati dal Commissario. E la loro venuta è
veramente provvidenziale. Ci sono da
trasportare al cimitero i miei morti e
gli uomini mancano. Due miei cugini
che fino a quell'ora si sono
prodigati nel lavoro, Settimo, fratello di Giuseppe, e suo nipote Bruno, non hanno la forza di
avvicinarsi alle salme dei nostri cari e
si ritirano. Il loro
animo è scosso
al pari del
mio. C' è il Segretario che si presta e gli altri nominati. Nella mia
qualità di Sacerdote ho la forza di benedire le salme dei mici cari e di
accompagnarle alla sepoltura.
L' ora si fa tarda e
la paura di un ritorno dei
tedeschi alle nostre menti
sempre più minacciosa. Rimangono i morti del Podere Pratogrande, che saranno rimossi l'indomani mattina, presenti
sempre il Commissario e il Segretario, veramente ammirevoli in questi giorni
tristi.
Presso mio padre
trovo i tre orfani di Magrini Domenico. Sanno già della loro triste rovina.
Dalla bocca della maggiore, Cesarina,
vengo a sapere che tutta la famiglia del mio povero zio era già stata messa al muro e che solo le
loro grida disperate e alcune
cartoline inviate dalla prigionia in Germania dal mio cugino Gino li salvano.
Quale misfatto avevano compiuto ? È una domanda a cui ancora non sono stato
capace di rispondere. Solo al mattino seguente mi si dice che correva voce che
i tedeschi, guidati da repubblicani dei paese, cercassero espressamente la
famiglia Magrini della Fattoria Gerini e i Contadini del Settepassi. Voce vera
o falsa? È certo che
solo la famiglia
Magrini e gli
sfollati del Pratogrande furono messi al muro.
Come al Pratogrande
anche al Capannone le salme sono state composte religiosamente nei piccoli
improvvisati cimiteri. Ma il nostro
animo non si da pace e cerchiamo tutte le vie per poterli associare al Cimitero
Comunale. Il Venerdì il
Comando tedesco lascia il nostro
paese: fino a quel
momento il permesso non era stato concesso. Approfittiamo della
sua .partenza e d'accordo
col Commissario e il Segretario
sollecito l'allestimento delle casse. Per l’esumazione. Sono
presenti il Commissario, il Segretario, il
medico condotto Dr. Leone Stefanini. Anch'io assisto. Poche le persone
presenti. I miei morti li trasportiamo a casa. La sera colla solennità
permessa dalle circostanze è fatto il trasporto delle vittime a mezzo di un autocarro che il Comune di Pescia ha messo
a nostra disposizione. Il trasporto è
fatto senza il concorso della gente per non eccitare la suscettibilità tedesca
ed evitare possibili incursioni aeree. Ma gli anglo-americani sono forse già
informati del trasporto di queste vittime della barbarie nazista e
fascista: nel cielo otto apparecchi
volteggiano ; forse portano il loro estremo saluto ai cari che ora riposano
nella pace del Cimitero.
AL PRATOGRANDE COI SUPERSTITI
Armando Pucci ricorda
e racconta quanto ha veduto e vissuto. Erano circa le due e mezzo del tragico
giorno. Un centinaio di soldati, fermati
i cinque camions sulla strada, entrano nella corte. Li svegliano e li
riuniscono tutti, una ventina
di persone, nella cucina dei
Piuma. Chiedono del padrone e il Pucci si presenta, il capitano, sotto la
tettoia, con una lampadina illumina
una carta geografica della zona
e sembra cercare su di essa alcuni nomi, evidentemente già segnati. Domanda
dove si trovi la “grande fabbrica
„ (l'essiccatoio dei
tabacchi), alcuni poderi,
che vengono espressamente
nominati, e " la grande fonte ,. Chiede della distanza di questa, ed
ordina di condurvi, per le vie più
corte, i soldati. Sono una ventina. La loro intenzione evidentemente è di
sorprendervi i partigiani del padule, che, secondo le informazioni avute, dovrebbero fare ivi rifornimento
d'acqua. La necessità stringe e il Pucci si mette a loro disposizione.
Nell'Anchione essi entrano in casa di Rocco Cardelli, ma non vi trovano che
donne e bambini. Entrano quindi da Piacentino Tognarelli. Vi fanno entrare
anche la guida e ve la trattengono, guardata
a vista dai soldati, mentre altri
si danno a
rovistare altre case
dei dintorni. I
partigiani, almeno quella
mattina, non si sono fatti vivi e i tedeschi, conducendo seco la guida,
prendono la via del ritorno. Questa viene lasciata libera all'imbocco di Via
Galligani, e, mentre i soldati prenderanno quella, il Pucci ritornando sui
suoi passi andrà
a casa dal Ponte di
Mingo.
A casa i tedeschi non
ci sono più e non si
sente muovere anima viva. Entra
in casa; guarda per le camere: nessuno! Una
voce amica finalmente lo chiama dalla finestra e lo invita a salire. Su,
in una camera, trova riunite e chiuse tutte le persone che aveva lasciate. L'
ordine era stato severo e perentorio : " Non aprite finestre, non uscite,
non sparate. La vita ne va di mezzo „.
Solo a giorno grande
essi abbandonano la loro prigione.
I tedeschi dal casone
Pucci si erano spinti più a sud verso la zona del Pratogrande, là dove
l’informatore aveva detto trovarsi “la grande fabbrica”. E colà si sono posti
in agguato, in assetto di guerra.
È la vedova di Ettore
Quiriconi che ci dice le sue impressioni.
La ricordo questa
donna, ancor giovine, nell' ora tragica in cui ritrovò il marito crivellato da
pallottole credo di fucile mitragliatore. Ora è qui e sedere accanto a me nella
casa che vide partire pieni di vita e ritornare, chiusi in casse sigillate, il
mio povero zio Guido e duo figlio Domenico.
Evelina Cardelli
nei Quiriconi parla e noi l’ascoltiamo con un senso di profondo dolore e pietà,
trattenendo a stento le lacrime.
Sono le cinque e
mezzo o le sei mattino. È col marito diretta al suo lavoro. Nessun
presentimento per gli imminenti luttuosi avvenimenti.
Ad un tratto ode
più in giù un parlare strano: siano tedeschi? Ne avverte il marito, che prima
non vuol credere poi fugge: lo ritroverà la sera lacerato dal ferro feroce.
Ella si avanza, si affaccia sulla via. Non c’è dubbio; sono i tedeschi, che non
le danno tempo di fuggire. Due di loro la raggiongono, la prendono per i polsi
e la presentano al comandante. Le sue grida disperate mettono intanto sugli
attenti le persone del vicinato. Essa è trattenuta. I tedeschi sono in agguato
nelle fosse, sui cigli, e campi, fucili e mitraglie pronti a far fuoco. La
spia, vera o falsa, li ha messi in allarme: là c’è un covo di partigiani; i
contadini favoriscono i partigiani, li aiutano, servono loro di collegamento, e
da informatori, forniscono loro vettovaglie. Ed ora i tedeschi sono là davanti
ai suoi occhi, in agguato. Chiunque passi diretto al padule o venga dal padule,
chiunque circoli in quella zona è un partigiano o uno a servizio dei
partigiani, e per lui la sentenza è già segnata: deve morire.
Ed Evelina è lì,
a sedere sul ciglione che costeggia la via, ai confini dei poderi del Gerini.
Quanto dovrà attendere? Sotto i suoi occhi dovrà veder cadere gente buona e
conosciuta? No. Essa sarà già posta in libertà ed avrà già raggiunta la propria
casa, quando udrà le prime sinistre scariche in quella zona.
È la volta di un'altra giovane vedova di
quella triste giornata: Palmira Lupori nei Parenti. Anch'essa ha veduto
qualcosa, anch'essa è stata in mano ai tedeschi, e porta nel racconto tutta la
forza tragica di un dolore senza pari e di uno spavento, senza limiti.
Ricorda l' arrivo dei
tedeschi sul posto. I suoi uomini sono
laggiù nei campi che lavorano tranquillamente. I soldati entrano in
casa, frugano, rovistano. Nessun segno sospetto ; nessuna persona sospetta. La
casa non è tra le segnate e condannate a perire. Ciò nonostante una bomba a mano getta il terrore in quella
famiglia mentre a poca distanza, al di là della Pescia, le armi tedesche hanno
già fatto sentire la loro terribile voce. I bambini fuggono pei campi nudi,
spauriti. Le donne anch' esse piene di spavento, li raggiungono, li prendono in collo. Hanno veduto il loro caro
Fedele in mano ai soldati e fuggono
dalla loro casa verso la Fattoria.
Passano davanti a fucili e mitraglie a soldati che tendono sinistri i loro sguardi, e si
dirigono, col cuore in gola, verso la
salvezza. Davanti ai loro occhi però, sui loro passi, il cammino e già
bagnato di sangue. Lì a poca distanza l'uno dall'altro hanno trovato due morti. Sono persone loro ben
note: Magrini Guido
e Magrini Domenico.
***
Come erano caduti ? Quando
? II suocero di Palmira Lucori, Fedele
Parenti, ce lo sa dire. È l’unico che ha veduto la tragica fine dei due.
Fedele è trovato dai
tedeschi al suo lavoro. Chiamato, si avvicina mentre contro di lui una
rivoltella è spianata. Dichiara i suoi estremi, l' arma si abbassa e viene
preso nel gruppo, che lo fa passare davanti alla propria abitazione e lo
conduce nel fosso che cinge il
rinchiuso Padelli. Là
c’è il capitano, due tenenti, un
gruppo di soldati, e due civili
: Guido e Domenico Magrini. Il padre sembrava
tranquillo, ma non cosi il figlio. Sulla sua faccia e nel suo portamento
si leggeva evidente la paura per quello che sarebbe successo. Era ancora
giovane e forse aveva già veduto altri due, Magrini Giuseppe e suo figlio Ivo, già a terra barbaramente crivellati di
Pallottole!
Anche
l'interrogatorio di Fedele verte sull'ubicazione della " grande fabbrica „
di alcune fattorie e poderi. L' adunanza si scioglie. Si ritorna verso la
Pescia. Sembra che i Magrini siano lasciati liberi, ma gli si spara a tradimento colla rivoltella,
forse a mitraglia. Il padre cade
istantaneamente, mentre il
figlio, forse ferito,
fugge. Ancora una scarica, una terza, Domenico corre ancora, piega per
la strada di destra e
Fedele lo perde
di vista. Andrà
a finire nella fossa dove io lo trovai nel pomeriggio e dove le donne, fuggitive
lo scorsero nei loro frettoloso passaggio.
A Fedele viene
consegnata una cassetta di munizioni, che deve portare a! seguito dei tedeschi,
che si trasportano, attraverso il padule, fino a Stabbia. Tutti
i particolari di
quel singolare viaggio sono ancora fissamente scolpiti
nella mente del bravo uomo. E sa dirci anche qualche cosa di Giuntoni Roberto e
di suo figlio Rino di 12 anni.
Li incontra presso il
Casino Poggetti. Sono colà a pascolare
le pecore. Interrogati dal gruppo dei tedeschi,
ove si trova il capitano coll'interprete, dichiara la sua qualità di
pastore e perché egli
si trovi colà.
Anche il Parenti
mette una buona
parola e padre
e figlio sono per il momento liberi,
Dico per il
momento perché sopraggiunge ben
presto un altro gruppo di soldati, che trovati i Giuntoni forse in un capanno
(i capanni erano considerati ricovero dei partigiani dai tedeschi !) li
uccidono.
Della strage del
Pratogrande egli fino alla sera, all'ora del suo ritorno, non sapeva nulla.
Durante il suo interrogatorio sentì sì delle scariche
presso l'essiccatoio, e l'urlio disperato delle donne e dei bimbi, ma non poté
vedere né sapere nulla.
***
Dosolina Bartolini, la
bimba di 12 anni, che sfuggì miracolosamente la morte, anch'essa sa dirci poco.
Tutti erano stati
chiamati fuori e tutti uscirono nel timore che il fuoco dovesse divorare
l'essiccatoio colle loro
case. Tutti uscirono e m pochi minuti fu decisa la
sorte di tutti. Ai primi colpi (Dosolina dice che ad uno ad uno siano stati
uccisi) ella, ferita leggermente alla mano sinistra, fuggì in casa. Un soldato
invano cercò di rintracciarla, e fu salva.
Quando riuscì trovò
tutti per terra. Anche Maria Grazia Guiducci,
perfettamente incolume, le due sorelle Elena e Marcella Malfatti e la loro
domestica Dina Bartolini, ferite, forse ancora in preda allo spavento e sfatte dal dolore, erano là distese col gruppo dei
morti.
***
E Luisa Parenti,
ritornata prontamente dalla Fattoria, la prima
voce che rianima. Ella chiama e solo cinque del gruppo rispondono alla
sua voce. Fra esse è Dina Paolettoni nei Bartolini madre di Dosolina. È
cosciente della sua sorte. Sente che l'ora ultima si avvicina; e Luisa
le è di conforto in quelle due ore di lenta e cosciente agonia. Muore
dissanguata. Nell' agonia ha la gioia di sapere salva la sua Dosolina.
Da Luisa e dalle
superstiti, fatte forti in quell’ora tragica i cadaveri barbaramente sciupali,
vengono tolti di mezzo alla polvere e composti alla meglio in casa. Lì li
troverò alla sera. Sono Emilia Pollastrini nei Malfatti coi due figli Evandro
ed Inghilesco, di 13 e 9 anni. La madre li ha veduti cadere crivellatti sotto i
suoi occhi ed ha avuto il coraggio di gettare in faccia ai loro carnefici il
grido della condanna; "Assassini! Assassini ! „ Poi
anch'essa è caduta sotto il fuoco micidiale della
mitraglia. C'è Sandra Nicole Settepassi, di diciassette anni. Diciassette
proiettili sul petto
l'hanno fulminata. C'è Giulia Barsali e la sua sorella Dina nei Guiducci
col figlio Gianfranco, e la tredicenne Giancarla Ferlini, che tanto affetto
ancora oggi raccoglie intorno a sé.
***
L'azione sanguinosa
dei tedeschi si sposta più a sud alle famiglie Cecchi, Cappelli, Bendinelli.
L'allarme vi è già giunto. Gli uomini più giovani sono fuggiti;
sono rimaste solo le donne e Cecchi
Domenico e Cappelli Giuseppe, fiduciosi
nella loro bontà e innocenza
nonché nella loro età avanzata. Tutti vengono raggruppati dinanzi ad una
mitraglia piazzata nell'aia. Le preghiere
delle donne, li salvano, ma non tutti. Gli uomini sono chiamati fuori
del gruppo e portati via. Le donne e i bambini fuggono spaventati e solo più
lardi troveranno i loro cari, laggiù dove la viottola s'incontra coll'argine
della Pescia, malamente colpiti alla gola e alla testa, freddi
cadaveri.
***
Antonio Bendinelli
era fuggito da casa, ma i tedeschi lo sorpresero presso Pucci Angiolo, che per
il momento si era finto ammalato. Invano il Bendinelli fu presentato come un
amico venuto di lontano a far visita all'amico ammalato. Preso e condotto
via dai tedeschi la moglie il giorno seguente lo troverà cadavere, seguendo le tracce di sangue sparse in mezzo
al granturco.
***
Mitraglie e fucili
gettavano spavento e lutto nelle famiglie dalle gronde del padule e laggiù nel
centro, nel folto delle erbe palustri, terribile e spietata giungeva l'azione
delle batterie tedesche piazzate nei pressi di Massarella. Un gruppo di uomini,
rifugiatisi quella mattina in
padule sa ridirci, quanto il cannone li abbia riempiti di spavento in quelle
ore. Un occhio invisibile sembrava li osservasse e il cannone coi suoi
tiri micidiali li inseguiva sinistramente. A nulla valeva nascondersi nel folto delle
erbe; a nulla tenersi sott' acqua fino alla gola : il cannone ovunque li
scovava, li perseguitava. Finché
disgraziatamente uno di
questi proiettili raggiunse
in pieno il
gruppo; lacerando le carni di Alberto Parenti.
***
Pure nel padule
trovava quella mattina la morte Guido Pagni. Non, sappiamo se il cannone
o più facilmente qualche scarica
lasciata partire a caso l'abbia raggiunto formando così il ventunesimo
morto in quella zona.
Altri due infatti,
sempre più a nord, avevano trovato la morte, nei loro campi, situati, vicino al
padule: Moschini Antonio e la sua nuora Federighi Maria di 27 anni,
L'amore, e
l'apprensione pei loro cari l'avevano spinti colà, poi si erano messi a
lavorare. E al lavoro furono trovati dai tedeschi, che li invitarono
ad avvicinarsi e
li colpirono senza
pietà.
LE ORE TRAGICHE DEL CAPANNONE
Anche laggiù i tedeschi vi giunsero di buon mattino. Si
disposero in assetto di guerra e posero la zona compresa tra la strada
prospiciente la piazza e quella lungo il Canale fino al Piaggione in stato d’assedio.
Prima però vollero
avere sicure le spalle. E, mentre alcuni
piazzavano le mitraglie sul ponte davanti alla piazza e giù per la strada, che mena al Piaggione, altri
penetrarono nelle abitazioni, Natalini
Nannini nei Parenti fu presa in casa, portata a pianterreno interrogata e piantonata.
Gli uomini si erano nascosti. Furono trovati solo due sfollati da S. Croce
colla loro famiglia. Le loro carte di viaggio, rilasciate il giorno
precedente dal Comando
tedesco salvarono loro la vita. Dopo varie interrogazioni furono tutti fatti risalire e obbligati a
chiudersi in una stanza, coll'ingiunzione di non affacciarsi, di non aprire finestre, e la minaccia di
morte qualora avessero sparato contro i tedeschi. Alcuni di questi passarono
poi ad osservare la zona, gettarono dei
segnali e l'azione delle artiglierie rivolte per quel
giorno contro il padule cominciò terribile fino alla sera.
L' arrivo dei
tedeschi era già
stato notato e
notata era stata pure la mitraglia piazzata sul ponte
davanti alla piazza, ma la loro azione intesa come azione di rastrellamento dal
povera Lucchesi Agostino, di Montecatini Terme, che in quei giorni si trovava
presso i parenti. Per cui fidandosi della propria età uscì di casa nell'intento di arrivare a Montecatini. E
la moglie si mosse con lui per vedere
se i tedeschi lo avessero fatto passare. Ma giunti appena sulla strada una
medesima raffica di mitraglia lì colpì ambedue
a morte.
Furono i primi due
morti che io vidi in quel giorno triste, e che avrei voluto vedere più d'appresso,
se l'urlio e la vicinanza dei tedeschi sulla strada che mena al Piaggione, non
me ne avessero distolto, salvandomi la vita.
Giù per quella
strada, l'ho saputo più tardi, a poco distanza l'una dall'altra vi erano state
piazzate tre mitraglie, e nel pomeriggio, forse poco dopo il mio arrivo al
Capannone, fatti tre morti: Cardelli Rocco, Cardelli Pellegrino, Magnani
Enrico.
Erano stati presi
fin dal mattino in padule, e più volte erano
erano stati inviati ora l'uno ora l'altro presso le famiglie a prendere
acqua, pane od altro pei tedeschi, mentre l'uno o l'altro rimaneva come
ostaggio. Se uno non fosse tornato gli altri sarebbero stati uccisi. Tutti per salvare, i compagni di sventura
puntualmente ritornarono dalle loro ingrate missioni. Ma a
nulla valse. Forse
proprio quando era già stata loro promessa la libertà e l'incolumità e
già si avviavano verso il Capannone per .tornare alle loro case, il ferro
tedesco li colpì alle spalle, a tradimento. Essi furono trovati al mattino seguente
tutti e tre bocconi, colle mani in avanti.
Poco più in giù,
sull'argine al confine del Piaggione già dal mattino, colpita al cuore e alla
testa, giaceva esamine l' unica donna uccisa al Capannone: Lia Parenti nei
Moschini. Aveva ventisette anni. Era madre di tre piccole
creature.
Avvertita la
presenza dei tedeschi, e pensando che, come sempre, fossero per razzia di
uomini, era corsa ad avvertire i suoi cari. In un momento di calma, credendo
che i tedeschi fossero partiti,
salì sull'argine e
vi trovò la morte,
per mano di quei barbari, che
non vollero in lei rispettare né il sesso né la qualità di madre. Considerata
una partigiana fu uccisa.
Più a nord intanto,
al podere Casenuove, ove abitano le famiglie di Lorenzini Gino e Eugenio
Bellandi, un altro tragico fatto era accaduto.
Quattro uomini,
Bellandi Eugenio, Incerpi Giuseppe,
Arzilli Arcibiade, Bonaccorsi Alfredo sono a trebbiare del grano nel campo.
L'urlio che viene di là dalla Pescia, da casa Magrini, li pone
in sospetto. Lasciano il campo e si dirigono verso casa. Là tre
tedeschi, armati di tutto punto, !i affrontano. Ci si muove verso l'aia.
Il Bellandi visto aperto il portone di cantina vi schizza dentro e vi si
rinchiude. Gli altri
tre tirano fuori
i propri documenti
e permessi di viaggio e di
trebbiatura : ma una raffica di mitraglia lasciata andare da un quarto tedesco,
che già era giunto sull'aia precedendo gli altri, fa cadere l' Incerpi
e l'Arzilli coi loro fogli ancora in
pugno. Il Bonaccorsi, sebbene inseguito
dalla mitraglia, fugge.
Le donne più tardi lo troveranno in una fossa, colpito da tre
pallottole, ancora vivo.
Anche Fiore Bellandi
e Tognarelli Guido videro in quel giorno
la morte vicino e sentirono, sebbene non
mortalmente, bruciare nelle
proprie carni il ferro tedesco.
Il primo
è nei campi. Sente i
tedeschi in capo
alla via, ode la scarica che crivella il Lucchesi e la sua consorte
Bendinelli Valeria, e vuol mettersi al sicuro, in casa dei Piuma. Passa lungo
le prode, ma quando giunge ad attraversare la strada una raffica lo colpisce.
Fortuna che può muoversi e nascondersi dietro il muro del fabbricato!
L’altro fu scorto
presso la sua abitazione in padule e gli fu sparato addosso col mitra. Egli
si finse morto ed i tedeschi cessarono il fuoco. Vanno per vedere ma più non lo
trovano nella fossa ove si era gettato. Egli, sebbene ferito, ha avuto la forza
di fuggire e mettersi in salvo. La famiglia e la casa però avrebbero dovuto sopportare
feroci l’ira tedesca se non fosse sopraggiunto il padrone del podere, Cav.
Dott. D'Alpino, col capitano tedesco, che ordina ai soldati di ritirarsi.
Altre case però hanno
dovuto subire la loro ira devastatrice. La casa di Moschini Agostino per tre volte
in quella mattina vede tornare torvi i tedeschi, che ogni volta, trovano qualche cosa da distruggere, da bruciare: paglia, fieno, e del grano per una
quarantina di quintali. La corte dei Piuma-Pucci viene incendiata verso il mezzogiorno. Incendiati pure i pagliai,
le capanne lungo il corso della Pescia. I danni materiali sono
ingenti, ma certo sempre, inferiori alle perdite di vite umane, che in quei
giorno vestono a lutto tutto il Comune.
ELENCO NOMINATIVO DELLE PERSONE UCCISE
A PONTE BUGGIANESE DA MANO TEDESCA
Giorno 6 Luglio 1944 -
in località “Fattoria,,
Spadoni Agostino fu Emilio e fu Meucci Carolina, nato a Ponte
Buggianese il 4 ottobre 1871 - Residente a Ponte Buggianese ;
Pinochi Celestino fu Giocondo e fu Benedetti Assunta, nato a Ponte
Buggianese l’8 novembre 1867 - Residente a Ponte Biiggianese;
Quiriconi Marino di
Dario Marsilio e di Scardigli
Maria Oliva, nato a Ponte Buggianese il 26 giugno 1909 - Residente a Ponte Buggianese ;
Lucchesini Narciso fu Alessandro e fu Rosellini Domenica, nato a
Ponte Buggianese il 17 marzo 1883 - Residente a Ponte Buggianese ;
Guelfi Narciso di
Quintilio e di Cappelli
Adele, nato ad Altopascio il
17 marzo 1883 -
Residente a Barga - Sfollato a
Ponte Buggianese.
Giorno 17 Luglio 1944 -
in località "Fattoria „
Benedetti Rigoletto di Alessandro e di Benedetti Eugenia, nato a
Ponte Buggianese l’11 ottobre 1914
Residente a Ponte Buggianese.
Giorno 23 Agosto 1944 -
in località " Pratogrande „
Settepassi Sandra di Aldo
e di Giuseppina Scognamiglio; nata a Firenze il 6 dicembre 1926 - Residente a
Firenze;
Malfatti Evandro di Guido e di Pollastrini Emilia,
nato a Massa Marittima il 3 dicembre 1931 - Residente a Grosseto ;
Malfatti Inghilesco di
Guido e di Pollastrini Emilia, nato a Massa Marittima il 5 maggio 1935 -
Residente a Grosseto ;
Pollastrini Emilia
fu Antonio e
di Santina Savio, nata a Anzio (Roma) il 5 luglio 1900 -
Residente a Grosseto;
Cuiducci Gianfranco di
Umberto e di Barsali Lina, nato a Buggiano l'11 maggio 1924 - Residente
a Pieve a
Nievole;
Barsali Lina fu Francesco
e fu Boldrini Maria, nata a Lucca il 30 novembre 1893 – Residente a Pieve a
Nievole;
Barsali Giulia fu
Francesco e fu Boldrini Maria, nata a Lucca il 4 ottobre 1897 - Residente a
Pieve a Nievole;
Bendinelli Antonio fu
Pasquale e di Benedetti Orsola, nato a Ponte Buggianese il 17 gennaio 1904-
Residente a Ponte Buggianese;
Cappelli Giuseppe fu
Eugenio e fu Pucci Maria, nato a Ponte Buggianese il 4 maggio 1887 - Residente
a Ponte Buggianese;
Cecchi Domenico di Grazio
e fu Bettaccini Emilia, nato a Ponte Buggianese l' 8 dicembre 1887 - Residente
a Ponte Buggianese ;
Ferlini Giancarla di N. N, nata a Ponte Buggianese
il 14 marzo 1931 - Residente a Ponte Buggianese;
Pagni Guido fu Emilio e fu
Sorini Maria, nato a Ponte Buggianese il
1° maggio 1885
- Residente a
Ponte Buggianese;
Paolettoni Maria Dina fu Emilio e di Di Quirico Giulia, nata a Ponte Buggianese il 29 aprile 1909
- Residente a Ponte Buggianese ;
Parenti Alberto di Fedele e di Pagni Armida, nato a Ponte Buggianese il 30 ottobre 1912 -
Residente a Ponte Buggianese;
Quiriconi Ettore fu Emilio e fu Moschini Maddalena, nato a Ponte
Buggianese il 23 dicembre 1899- Residente a Ponte Buggianese;
Magrini Domenico di Guido e di Caletti Luisa, nato a Ponte
Buggianese il 23 luglio 1904 - Residente a Ponte Buggianese;
Magrini Guido fu Virgilio e fu Cardelli Umiliana, nato a Ponte
Buggianese il 19 febbraio 1881 - Residente a Ponte Buggianese;
Magrini Ivo di Giuseppe e di Marsili Elena, nato a Ponte
Buggianese il 6 febbraio 1926 - Residente a Ponte Buggianese;
Magrini Giuseppe di Luigi e fu Lollini Italia, nato a Ponte
Buggianese il 26 gennaio 1901 - Residente a Ponte Buggianese.
Giorno 23 Agosto 1944
- In località " Capannone „
Incerpi Giuseppe, residente al Torricchio (Uzzano), del 1901 ;
Arzilli Alcibiade, da Piombino (Livorno), del 1920.
Cardelli Rocco di Piacentino e di Cardelli Primia, nato a
Ponte Buggianese il 17 maggio 1927 - Residente a Ponte Buggianese ;
Parenti Lia di Attilio e di Nannini Natalina, nata a Ponte
Buggianese il 2 ottobre 1916 - Residente a Ponte Buggianese ;
Cardelli Pellegrino di Emilio e ai Novena Giagnini, nato a
Marsiglia il 22 dicembre 1901 -
Residente a Ponte Buggianese
Giuntoni Roberto fu Pietro e fu Ferlini Argentina, nata a
Fucecchio il 9 aprile 1895 - Residente a Ponte Buggianese ;
Giuntoli Rino di Roberto e di Quartieri Anna, nato a
Ponte-Buggianese il 25 Giugno 1934 - Residente a Ponte Buggianese
Magnani Enrico di Ferruccio e Materassi Vincenzina, nato a
Montecatini Terme il 1 Agosto 1924 Residente a Montecatini Terme
Lucchesi Agostino del Comune di Montecatini Terme ;
Bendinelli Valeria nei Lucchesi - Residente a Montecatini Terme.
Giorno 23 Agosto 1944 - in località " Fattoria „
Federighi Maria di Angiolo
e di Bindi Isola, nata a Ponte Buggianese il 5 agosto 1917 - Residente a Ponte
Buggianese;
Moschini Antonio fu David
e fu Spadoni Teodolinda, nato a Ponte Buggianese il 24 novembre 1878 .
Residente a Ponte Buggianese.
Ponte Buggianese, 2
Ottobre 1944
Visto: IL SINDACO
(Prof.
Dott. Aristide Benedetti}
[1] Occorre qui ricordare che il Comando tedesco del presidio del Ponte Buggianese, già interpellato dal Segretario del Comune e dal Dr. Baldi per la sepoltura dei morti e per l’assistenza ai feriti, aveva rifiutato la inumazione al cimitero e concesso , di bontà sua !, la medicazione dei feriti.
Successivamente nuove istanze furono fatte presso il maresciallo tedesco Alfonso Pitroch, per ottenere che il Dr. Baldi ed il Segretario del Comune si recassero a fare la constatazione dei morti e il riconoscimento delle vittime, e che il Rev.mo Don Giulio Tognarelli potesse recarsi a dare l’assoluzione alle salme. Nella discussione che ne seguì il Maresciallo Pitroch ebbe a dire al Segretario che mentre nulla ostava al comando tedesco affinché i suddetti si recassero nella zona, non riteneva, conforme alle leggi internazionali, necessaria l’assoluzione alle salme, essendo tali morti considerati da loro tedeschi “come banditi !”.